Stabilizzare il merito

Ecco un articolo sulle stabilizzazioni che proprio quando si inizia a discutere dei provvedimenti per i ricercatori precari in finanziaria solleva i soliti problemi sul merito in modo alquanto impreciso. E’ come se la mole di documenti sull’università prodotta dai precari della ricerca non sia minimamente presa in cosiderazione dagli accademici che fanno i giornalisti. L’articolo è commentato fra parentesi …nei passi più “interessanti”

“La Repubblica” 5 settembre

La grave impasse dell’Università
di SALVATORE SETTIS

Dorme d’estate, l’università. Ma si preparano intanto le offensive d’autunno: la calma piatta che regna da troppo tempo, la paralisi dei reclutamenti e delle risorse, non può durare in eterno. Affilano le armi rettori e sindacati, corporazioni accademiche e gruppi di potere: ma per molti il terreno da conquistare non è un disegno complessivo che renda l’Italia degna dell’Europa, ma qualche sub-emendamento alla Finanziaria, da presentare alle Camere sotto Natale contando che nessuno se ne accorga. In questo finto letargo sembra esserci spazio per tutti (anche per le peggiori proposte pro domo sua) ma anche, si spera, per il ministro.
(Sembrerebbe che l’articolista affili le armi…forse teme dei cambiamenti?)
E’ vero, Mussi si sta spendendo molto nel ridisegnare la topografia della sinistra post-Partito democratico; ma egli è troppo intelligente per non sapere che anche il destino della sua formazione politica è legato al suo successo di ministro. L’Italia non può assistere impotente alla bancarotta di università e ricerca; e se una maggioranza fragile e rissosa rende improbabile un provvedimento di sistema, il ministro dovrà utilizzare il proprio potere di iniziativa per far uscire università e ricerca dalla sciagurata impasse che è sotto gli occhi di tutti. Nel nominare la Commissione Attali (che include Mario Monti e Franco Bassanini), Sarkozy ha messo lo sviluppo della ricerca al primo posto fra le precondizioni per accrescere la competitività dell’economia francese, in sintonia con l'”agenda di Lisbona” dell’Unione. Se l’Italia non facesse altrettanto, sarebbe un incomprensibile suicidio. A Ferragosto il “Corriere” ha pubblicato un articolo di Mussi che non lascia dubbi sulla sua determinazione ad agire: “spostare il baricentro del governo universitario dall’ossessivo controllo delle procedure alla valutazione dei risultati”; frenare “l’incontrollata proliferazione di sedi e frammentazione di insegnamenti”; privilegiare “il principio della qualità e del merito, amico dell’uguaglianza”, sulla base di “un senso alto della cultura e della scienza, che risponde a un’esigenza fondamentale di giustizia sociale”, e dunque combattere “la mediocrità che si sposa felicemente con l’arbitrio e il privilegio”. “Dal livello dell’università e della ricerca dipende una parte decisiva del destino del nostro Paese”, aggiunge Mussi, ed è perciò necessario al tempo stesso “destinare più risorse al sistema e garantire l’efficacia e l’efficienza della spesa”. Affermazioni importanti, che meritano pieno sostegno. Si moltiplicano intanto, però, pesanti indizi di deterioramento del clima. Un dato di grande interesse emerge da un campione, pari a circa il 25% del totale, del primo round dei fondi di ricerca distribuiti ai giovani (entro il nono anno dopo il Phd) dal Consiglio Europeo delle Ricerche. Gli italiani vi figurano assai bene, al secondo posto dopo la Germania (17%) e a parità con l’Olanda, col 14% di successi: consolante conferma dell’alto livello della ricerca in Italia, anche rispetto ad altri paesi (Gran Bretagna e Francia 8%, Belgio 10%, Spagna 4 %). Ottimo, se badiamo solo alla cittadinanza d’origine. Ma se invece guardiamo, ed è essenziale, dove i singoli studiosi hanno deciso di impiantare la loro ricerca in caso di successo finale (ogni singolo grant può arrivare fino a 2 milioni di euro), l’Italia perde vistosamente terreno: di quel 14% solo il 5% (cifra sempre riferita al totale) intende restare in Italia, mentre il 9% si distribuisce fra Inghilterra, Francia e Olanda. Il Regno Unito, che parte svantaggiato con un magro 8%, si dimostra il Paese più attrattivo d’Europa, e finisce al 25% del totale; la Spagna supera l’Italia per l’apporto di studiosi da altri Paesi; la piccola Olanda attira dall’estero il 4%, l’Italia arriva ultima con un misero 1%. La lezione è chiara: la maggior parte dei giovani più brillanti che l’Italia produce non hanno fiducia nel proprio Paese, che pure ha saputo formarli in modo adeguato e a caro prezzo.
(Questa parte dell’articolo ci dice che poi noi italiani, in gran parte precari, facciamo bene le nozze con i fichi secchi… )
L’ampio reclutamento di ricercatori previsto nell’ultima Finanziaria, di per sé positivo, non tocca il problema. L’Italia deve assicurare ai giovani non solo l’accesso al gradino iniziale della carriera universitaria (“ricercatore”), ma anche ai gradi superiori, associato e ordinario. Perché mai un trentenne brillantissimo, che può diventare full professor oggi in Olanda, Inghilterra o Usa, dovrebbe aspirare a fare il ricercatore in Italia, a basso salario e scarsi fondi di ricerca? Il micidiale invecchiamento dei docenti italiani, conseguenza del localismo delle carriere, va corretto velocemente, consentendo da subito ai giovani, sulla base esclusiva della qualità e del merito, l’accesso ai gradi più alti: esattamente com’è in tutti i Paesi con cui asseriamo di voler competere.
(Ampio reclutamento!!!!…Attualmente non c’è nessun reclutamento in atto né ampio e neppure straordinario…la finanziaria dello scorso anno ha stanziato esigui fondi che attualmente sono bloccati…Il ministero non è stato in grado di tenere fede agli impegni di concorsi con un nuovo regolamento da emanarsi entro quest’anno…l’università continua a sprecare la formazione acquisita dai suoi dottori di ricerca, assegnisti e cococo…forse occorrerebbe proprio stabilizzare il merito! )
Accade invece, in questa imbarazzante penisola, che si stiano cucinando provvedimenti di segno opposto, che privilegiano l’anzianità e ignorano il merito. Qualche esempio. legge 93/2007, per “tutelare i diritti costituzionali dei professori incaricati esterni”. I professori incaricati esterni (pochi ormai lo sanno), nominati anno per anno, nel 1973 vennero “stabilizzati” in perpetuo senza concorso; nel 1980 fu garantito a tutti l’inquadramento ope legis come associati dopo un esame ad personam. Di quegli esami si sono svolte almeno tre tornate; inoltre, tutti gli incaricati hanno potuto, dal 1980 ad oggi, partecipare a decine di concorsi aperti a tutti. Nonostante ciò c’è ancora un manipolo di valorosi superstiti, ripetutamente bocciati per oltre vent’anni e dunque, secondo i deputati Udeur, da equipararsi agli associati in nome dei principi costituzionali di eguaglianza. Di segno affine è la proposta, già avanzata da varie forze politiche nella scorsa legislatura, di nominare di botto “professori di terza fascia” tutti gli attuali ricercatori, si capisce senza aumentarne lo stipendio di un centesimo: anche in questo caso si fa ricorso alla sinistra parola “stabilizzazione”.
(Perché stabilizzare i curricula sarebbe sinistro…perché non si tiene conto del fatto che l’università vive sui precari…gli stessi che proprio la comunità scientifica internazionale riconosce come meritevoli…)
Si avrebbe in tal modo la certezza, aumentando a dismisura (sulla carta) il numero dei docenti, di espellere per decenni i giovani più bravi, col conseguente piagnisteo collettivo sulla fuga dei cervelli: proprio come avvenne coi meccanismi ope legis del 1980. Peggio ancora, secondo il disegno di legge 1439/2007 del Sen. Russo Spena (Rifondazione Comunista), la docenza universitaria dovrebbe essere “riorganizzata in un ruolo unico articolato in tre fasce, dove l’accesso alla docenza avviene in via ordinaria mediante concorso per l’assunzione nella terza fascia”, con promozioni ad personam alle fasce superiori. Nonostante vi si favoleggi che “nei Paesi più avanzati (…) tutti i docenti-ricercatori [hanno diritto al] soddisfacimento di una legittima istanza di carriera”, questa proposta è la più sicura ricetta per spedire l’Italia in fondo a tutte le classifiche mondiali. Nei Paesi più avanzati, il turn over nel mondo dell’università è commisurato non all’età né alle aspettative di carriera, bensì al merito conquistato sul campo della ricerca, e solo a quello.
(Di cosa ha paura l’articolista?…Di un manipolo di professori incaricati…forse sarebbe meglio che si criticasse l’età in cui vanno in pensione gli attuali ordinari oppure il fatto che i professori ordinari dopo aver compiuto i settant’anni ed essere andati in pensione percepiscano come fuori ruolo gli stipendi dal budget del ministero (!) pur non lavorando più nell’Università … intanto le stesse università – che mirano a mantenere questa iniqua situazione – usano miseri contratti di insegnamento e tirano a campare sfruttando i giovani e i meno giovani….)
Non nascondiamocelo: è preoccupante che alcune delle peggiori idee oggi in campo vengano dalla maggioranza parlamentare, dall’Udeur a Rifondazione. Ma è lecito sperare nella cultura e nell’intelligenza politica del ministro Mussi, Nei nuovi concorsi per ricercatore egli ha introdotto alcune novità molto positive (“macroaree” disciplinari, commissari non italiani), onde ridurre lo spazio dei manovratori accademici.
(L’articolista farebbe bene a criticare il metodo con cui il CUN ha proposto le macroaree…)
E’ urgente applicare gli stessi principi, snellendo al massimo i meccanismi, al momento di lanciare il nuovo bando (si spera imminente) per il “rientro dei cervelli”. E’ urgentissimo bandire nuovi concorsi per associato e per ordinario, ora paralizzati perché il vecchio meccanismo localistico fu abolito dalla legge Moratti in fine di legislatura (il decreto legislativo 164 ha la data del 6 aprile 2006), senza i relativi regolamenti di attuazione. La legge Moratti cedette a spinte corporative (per esempio, con quote riservate al personale già in servizio), ma ebbe il merito di de-localizzare i concorsi introducendo un meccanismo nazionale di selezione, che con l’inserimento di commissari non italiani (nello spirito di Mussi) e con altre possibili semplificazioni può rappresentare un rimedio temporaneo alla paralisi odierna. Molte alternative non ci sono: una nuova legge è impraticabile (la legge Moratti, con maggioranza ben più ampia, richiese tre anni), il ritorno ai concorsi localistici, comunque mascherato, può soddisfare solo i peggiori. Agendo invece a livello regolamentare, un’applicazione sperimentale e parziale del decreto legislativo 164 darebbe al ministro il vantaggio strategico di operare per progetti di più lungo respiro senza ibernare lecarriere dei giovani.
(Si continua a far finta che esista un nuovo regolamento per il reclutamento dei ricercatori…il regolamento non è attuabile… probabilmente fino al 2008 non sarà applicabile…nel frattempo è in vigorela legge precedente del tutto controllata dalle commissioni locali. Altro punto di vista incomprensibile: la difesa della legge Moratti…ma dove sono le commissioni internazionali per il reclutamento sulla base della legge Moratti? Si ha nostalgia del passato ministro …)
Il “Patto per l’università e la ricerca” che Mussi e Padoa-Schioppa hanno co-firmato, e che discuteranno con la Conferenza dei Rettori il 12 settembre, contiene molti elementi positivi e apre la porta a qualche speranza, purché comporti un sostanzioso e immediato aumento delle risorse, per passare dall’attuale 0.88% del PIL alla media Ocse (1,2%), traguardo positivo a patto di raggiungerlo entro il 2009. Ma nessuna crescita delle risorse salverà l’università italiana dalla bancarotta se non si accompagnerà a una gestione più accorta della spesa da parte degli Atenei e a misure intese a valorizzare esclusivamente il merito, a promuovere rapide carriere dei migliori, a ridare all’Italia il suo posto in Europa.
(Meritocrazia è anche stabilizzare i curricula di chi, come si evidenzia proprio all’inizio questo stesso articolo! Fa tutti i giorni le nozze con i fichi secchi. Forse è il solo modo per “promuovere rapide carriere dei migliori, a ridare all’Italia il suo posto in Europa”).

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