Te la do’ io l’america

Certi miti sono duri a crollare. Alcuni non dovrebbero mai. Molti miti sul merito, la ricerca e la precarietà invece dovrebbero cadere presto.

E’ il turno di quello degli Stati Uniti, idolo della ricerca finanziata dal mercato, concorrenziale e (quindi) necessariamente precaria. Se ne accorgono persino i lib bocconiani del La voce.info.

In un interessante articolo di Andrea Boggio e Fabrizio Ferraro si spiegano quanto sono falsi i “Tre miti sulla ricerca in America”:

  • Primo mito: la ricerca e’ essenzialmente finanziata da privati
  • Secondo mito: la ricerca e’ essenzialmente ricerca di eccellenza.
  • Terzo mito: avere ricercatori eccezionali e’ sufficiente.

Questo l’incipit:

Quello che colpisce di piu’ del dibattito pubblico sulla ricerca e sull’universita’ in Italia, e per certi versi anche a livello Europeo, e’ il continuo confronto con un modello americano di ricerca che non esiste:

una ricerca di eccellenza, finanziata dai privati, e portata avanti da ricercatori eccezionali. Un mito che nasce da una mancanza di informazioni essenziali e che ostacola lo sviluppo di un sano dibattito sulla costruzione di un modello italiano (o europeo) di ricerca. Questo intervento discute tre miti relativi alle ricerca in America, che se sfatati magari posso incentivare discussioni piu’ meditate e comprensive.

E questo il link:

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=&cms_pk=2871

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2 Responses to Te la do’ io l’america

  1. Roberto Russo ha detto:

    sicuramente ci sono alcuni miti da sfatare,
    ma il metodo di utilizzare i dati “medi” non è sicuramente il migliore.
    i promi nobel degli stati uniti provengono e lavorano in una decina
    o poco piu di università americane (Harvard, Berkley, Princenton, Cornell, Yale…)
    provate a guardare nel bilancio di quelle università (quello di harvard lo trovate
    a http://vpf-web.harvard.edu/annualfinancial/ ) e si vede ad esempio che
    harvard negli ultimi 5 anni ha avuto 600 milioni di dollari annui
    provenienti da donazioni di privati: circa 5 volte quello che il governo
    stanzia per i PRIN per tutte le università italiane.
    questi soldi privati sono in buona parte liberi in altri casi “dedicati” (per esempio alla costruzione di aule o al mantenimento di biblioteche) ma contribuiscono a dare
    risorse alla ricerca.
    Questo surplus di bilancio permette ad harvard ed alle altre università di
    “eccellere” e di richiamare i migliori ricercatori da tutto il mondo.

    Due anni fa ero a Cornell e si discuteva di come utilizzare un lascito di una singola persona alla facoltà di scienze che era pari alla metà del bilancio della facoltà stessa!
    Pensavo di aver capito male e ho chiesto conferma e mi hanno confermato
    che non è “normale”.
    che sia anche questo un mito da sfatare?

  2. Domenico ha detto:

    Sono stato PhD student in USA nel ’95 (poi emigrato in UK) e queste cose erano si sapevano gia’ allora. Da piu’ di dieci anni in USA esiste un dibattito sulla qualita’ dell’universita’ che e’ stato sistematicamente ignorato nel nostro paese. E non solo per provincialismo, ma perche’ faceva comodo. Vi segnalo un articolo scritto in quel periodo, per il quale ricevetti anche qualche mail stizzita da parte di baroni italiani:
    “Il dibattito sull’università in Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia: il ruolo delle discipline umanistiche”, Annali dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Sezione filologico-letteraria, XX, 1998, pp. 215-228. Mi sono appena accorto che non l’ho messo online, ma provvedo subito…

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