Libro verde: tasse o ricerca?

Il 6 settembre scorso il Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha presentato un Libro Verde sulla spesa pubblica.

Un documento che vuole offrire un contributo alla discussione sui conti pubblici in vista della Finanziaria. (repubblica.it)

Il libro tocca moltissimi aspetti della spesa pubblica e in generale dello stato dell’economia italiana. Naturalmente non manca l’università e la ricerca (presentati non sempre correttamente dalla stampa).

Come spesso accade, la ricognizione sui problemi appare corretta. Ormai, dopo anni di battaglie compare persino – tra le righe – il tema della precarietà:

  • la proliferazione dei corsi di laurea triennale e specialistica, non sempre rispondenti ai bisogni della società e del sistema produttivo, con conseguente aumento del carico didattico a danno dell’attività ricerca e con la moltiplicazione dei professori a contratto e delle supplenze [p. 58]
  • [..] la diffusione di sedi universitarie di modeste dimensioni, scarsamente dotate di strutture e di personale di ruolo incardinato nell’ateneo;
  • il rapporto docenti/studenti inadeguato (più basso che negli altri paesi avanzati) e che non è migliorato, nonostante l’assunzione di numerosi docenti e ricercatori, perché il numero di docenti è cresciuto in linea con quello degli studenti iscritti; [p. 59]
  • una composizione del corpo docente inadeguata, con troppi professori ordinari e associati rispetto al numero dei ricercatori. In effetti, oggi la docenza universitaria – con 18.000 ordinari, altrettanti associati e 21.000 ricercatori33 – appare più simile ad un cilindro che non ad una piramide. Per anni le Università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti piuttosto che assumere nuovi ricercatori: l’invecchiamento del corpo docente dipende
    sostanzialmente da questo.
    [ p. 60]

Naturalmente le soluzioni proposte sono sempre le stesse: mercato e merito. Dimenticando che è stata proprio la concorrenza tra gli atenei a far lievitare i corsi e proliferare le sedi universitarie.

Nel complesso, per l’effetto congiunto di alcune carenze sopra esposte, nel sistema universitario italiano si registra la sostanziale assenza di qualunque meccanismo di mercato che premi gli atenei meglio in grado di rispondere adeguatamente alla domanda proveniente dalle famiglie e dalle imprese.

Per non parlare del merito dove si arriva all’eufemismo:

  • meccanismi concorsuali inefficienti, che non sempre hanno premiato la qualità dei candidati; [p. 60]

Oppure a soluzioni che in virtù del mercato dimenticano che basterebbe mettere in atto semplici verifiche per cui chi è assunto per fare un lavoro lo faccia. Il problema non è l’assenza completa di questi controlli, delle verifica della magistratura o quello della trasparenza che permetta un controllo da parte di studenti e opinione pubblica. La questione è invece:

un sistema di remunerazione “rigida” dei docenti, che non ricompensa il maggiore impegno e la qualità del lavoro prestato né nella didattica né nella ricerca;

Anche sulla base delle risorse disponibili la diagnosi è ineccepibile:

Per quanto riguarda le risorse disponibili, oltre al già ricordato basso rapporto tra docenti e studenti, l’Italia si segnala per un’incidenza della spesa per l’Università sul PIL ai valori minimi fra i paesi di area OCSE, con l’aggravante di un tasso di crescita fra il 2000 e il 2003 fra i più bassi in assoluto34. Altro dato economico emblematico è il costo per studente, che è di soli 5.658 dollari a parità di potere di acquisto, contro la media UE 19 di 6.962 e una media OCSE di 8.093, largamente inferiore a quella di singoli paesi con cui l’Italia compete sui mercati internazionali. [p. 60]

A questo problema si aggiungono questioni relative alla gestione degli Atenei:

A questi dati strutturali si sono recentemente aggiunti i problemi legati in parte all’insufficiente e discontinua dinamica dei finanziamenti pubblici e in parte all’uso disinvolto, da parte di vari atenei, dell’autonomia universitaria, in particolare nei riguardi del reclutamento e della promozione del personale docente. [p. 60]

Di nuovo le soluzioni proposte lasciano interdetti.

1.

La prima riguarda il famigerato sistema di ripartizione delle risorse fondato sulla valutazione del CNVSU. Ovvero il folle:

  • 30% – domanda da soddisfare (numero di iscritti);
  • 30% – risultati di processi formativi (CFU acquisiti dagli studenti);
  • 30% – risultati della ricerca scientifica;
  • 10% – incentivi speciali.

Cioè quello che rafforza i problemi attuali: diamo più soldi a chi aumenta i CdL per aumentare gli iscritti e/o regala i voti per aumentare le medie. Complimenti!

2.

Cosa fare allora? E’ a questo punto evidente che parte dei problemi attuali del sistema universitario italiano può essere risolta soltanto con interventi di medio-lungo termine di varia natura, che vanno dalla riforma dello stato giuridico dei docenti alla individuazione di nuove forme di governance e agli interventi nell’edilizia per il diritto allo studio.

Ed ecco lo spettro della riforma Moratti che aleggia di nuovo su di noi…

3.

L’invocazione al rispetto del tetto nel rapporto personale/spese, infatti, esiste

fin dal 1998 di un vincolo relativo alla quota massima del 90% delle spese fisse per il personale di ruolo sul FFO

Questa mi pare la proposta più paradossale. Diagnosi: il sistema università è sottofinanziato e sotto-organico. Per compensare c’è un ampio ricorso a “moltiplicazione dei professori a contratto e delle supplenze” [p. 58], con un “rapporto docenti/studenti inadeguato” e una piramide che è diventato un cilindro.

E ci si stupisce che le università spendano quei pochi soldi che hanno in personale??

Mah!?

Comunque tra i rimedi finanziari di breve termine per “introdurre nel sistema elementi di riequilibrio e di corretta incentivazione” [62] ci sono proposte ragionevoli, quasi da buon senso:

  • garantire un’adeguata dinamica pluriennale delle entrate;
  • assicurare il finanziamento dell’edilizia su base almeno triennale, con valutazione attendibile e trasparente del fabbisogno comparato degli atenei,
  • a rafforzare a politica del diritto allo studio attraverso un programma di borse di studio aggiuntive;

MA vogliamo scommettere che non saranno queste a passare per prime…?!?

Link: Libro Verde sulla spesa pubblica.

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3 Responses to Libro verde: tasse o ricerca?

  1. Leonida Montanari ha detto:

    Per la prima volta viene detto che nei fatti esiste necessità di strutturati.

    Tuttavia occorre notare che il precariato scompare nell’analisi del ministro Padoa-Schioppa!!!

    Perché i precari scompaiono? Perché l’unica soluzione sarebbe quella di ammettere la loro necessità (e quindi la necessità di una loro iniziale stabilizzazione seguita da ulteirori annuali immissioni in ruolo) disconfermando tutta la strategia tenuta nell’ultimo anno dal Ministro e dal suo braccio destro il gentiluomo Modica.

  2. mimhe ha detto:

    finalmente un blog serio in tutto questo marasma di cazzate… complimenti avete tutto il mio appoggio!

  3. […] e l’assunzione dei ricercatori precari dell’Università Bontà sua nel libro verde di Padoa Schioppa è scritto che ad oggi (2007) è necessario reclutare ricercatori universitari e […]

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