Resoconto Ufficiale Incontro Ravvicinato con il PD

Ecco il resoconto ufficiale dell’incontro che i Chimici precari di Roma hanno avuto con il prof. Tognon responsabile del settore universitario del PD e con Davide Imola dell’Associazione Tutelare i Lavori del PD.

Il resoconto è stato rivisto per la parte di sua competenza dal Prof. Tognon.

Buona lettura


Come premessa, il Prof. Tognon propone alcune considerazioni di fondo, anche per dire che il P.D., partito nuovo e tutto da costruire, non può accontentarsi di riprendere linee vecchie ed esperienze non riuscite, ma deve essere consapevole della necessità di chiarire anche al suo interno quale sia la linea strategica di fondo della sua proposta per l’Università. Essa non può essere quella del lasciar fare, né tanto meno quella del pretendere senza dare, con interventi cervellotici o inutilmente invadenti.

L’università italiana ha comunque ancora bisogno di riforme di sistema. Non può essere lasciata in balia di norme scoordinate e del potere di veto delle corporazioni. Il Prof. Tognon ritiene che i principi ispiratori di una riforma lineare e solida di stampo europeo siano pochi e ben noti:

<!–[if !supportLists]–>a)<!–[endif]–>semplificare la vita universitaria e delegificare quanto più è possibile anche in materia di reclutamento salvo per quanto riguarda il diritto allo studio per i giovani meritevoli e le fasce docenti più giovani il cui ingresso nei ruoli va favorito anche con provvedimenti speciali e con incentivi diretti;

<!–[if !supportLists]–>b) <!–[endif]–>svecchiare l’organico dei professori sulla base del modello europeo;

<!–[if !supportLists]–>c)<!–[endif]–>cambiare radicalmente il governo delle università per responsabilizzarle e per rendere trasparenti bilanci e decisioni;

<!–[if !supportLists]–>d) <!–[endif]–> rafforzare il governo del sistema nel suo complesso attraverso un esercizio indipendente di valutazione;

<!–[if !supportLists]–>e)<!–[endif]–>favorire gli investimenti privati attraverso la leva fiscale;

<!–[if !supportLists]–>f) <!–[endif]–> investire massicciamente in borse di studio per preparare i futuri ricercatori.

 

Si passa poi alle domande standard della serie di incontri, con la precisazione che il testo della terza domanda è stato aggiornato dopo la sentenza della Corte dei Conti:

1) Precariato e università: risposte ad un problema numericamente grave.

Le università sono l’unico corpo dello stato in cui non sono avvenute le stabilizzazioni del personale precario. Quali politiche per l’immissione in ruolo di un numero congruo di ricercatori a tempo indeterminato, coerente quantomeno con il libro verde sulla ricerca del luglio 2007 redatto da TPS?

 

Un partito nuovo come il PD che si vuole riformista deve avere lo slancio per affrontare la politica universitaria in maniera meno contraddittoria e più coerente di prima. E’ la prima cosa da ammettere ed è per questo che credo sia bene che io introduca la mia risposta con alcune affermazioni politiche chiare. I programmi del centrosinistra hanno sempre proposto maggiori investimenti in Università e Ricerca, ma purtroppo in questi anni stare a sinistra non è significato avere un approccio su questo tema diverso da quello del centrodestra. Bisogna allora rispondere a due domande: “Dove si è fermato il centrosinistra?”. “Dove ha sbagliato?”. Occorre ammettere che si è sbagliato troppo e riconoscere che non si è riusciti ad elaborare un’idea di Università. Da qui si deve ripartire. Dalla nascita del M.U.R. nel 1989 non si è riusciti ad avere e condividere più un’idea di Università e Ricerca che vada al di là della discussione su come affrontare le periodiche emergenze. Sarebbe invece importante decidere quale deve essere il ruolo dell’Università nella società italiana.

Attualmente si confrontano due linee di pensiero: una visione da “pura economia della conoscenza” ed un’idea più complessa che tiene conto del diritto alla conoscenza e non vede l’Università semplicemente come la sede che sforna ingegneri o chimici sulla base delle esigenze economiche del momento. Questa seconda linea di pensiero fa suoi i principi costituzionali che stabiliscono l’importanza sociale della cultura e della conoscenza non solo a fini economici ma anche per il corretto rapporto tra vecchi e nuovi interessi e tra le generazioni. Non si è riusciti a trovare una sintesi e ora chi ne fa le spese sono i giovani che scelgono di lavorare nelle Università e negli Enti di Ricerca, che restano vittime di una logica del “liberi tutti” dove prevalgono solo interessi particolari, di gruppo e di corporazione.

La prima domanda tocca il tema delle stabilizzazioni: nello scorso mese di dicembre il governo si è trovato con una domanda di stabilizzazione del precariato nel settore pubblico che veniva da Scuola e Pubbliche Amministrazioni alla quale il mondo dell’Università e degli Enti di Ricerca ha provato ad agganciarsi pur non essendo il destinatario originale del progetto. Di qui tutte le vicende che conosciamo bene, con interventi della CRUI, emendamenti notturni, ecc… La vicenda è istruttiva sulla scarsa considerazione di cui l’università è vittima nella nostra classe politica, salvo eccezioni. Perché se l’università deve ricorrere al traino di provvedimenti impropri è messa male, come sistema, anche se gli studiosi ci dicono che ben il 20% delle élites nazionali è composto da universitari!

La recente vicenda delle stabilizzazioni è stata il punto più basso raggiunto dall’Università negli ultimi anni: sono prevalse logiche di breve respiro e non si è cercato di affrontare l’emergenza con una riflessione di alto respiro. Siamo in realtà in una situazione che ricorda quella degli anni 1977-80 quando alla fine con il DPR 382 si decise di sanare una coorte decennale di precariato con la conseguente chiusura per un decennio di nuovi posti. Quell’esperienza non è da ripetere e se si deve tener conto del lavoro svolto da tanti trentenni lo si deve fare con un ripensamento complessivo della figura docente e dei rapporti interni alle università.

L’Italia è cronicamente sottodimensionata quanto a numero di professori e ricercatori rispetto alla popolazione. Non può permettersi di buttare a mare un’intera generazione di dottori, di borsisti, di assegnisti. Allora: come gestire la situazione? Esistono molte ipotesi, ma per il PD resta ferma la convinzione di dover essere fedeli ad una linea maestra: quella della valutazione, del diritto allo studio (che riguarda gli studenti), del merito. Valutazione da non affidare ai soliti noti. All’interno di questa linea si deve trovare la soluzione al problema della cronica mancanza di ricercatori.

 

2) Piramide, cilindro o botte? L’onda dei sessantenni e la questione generazionale nell’università italiana.

 

Poichè dal 2005 ad oggi il numero di reclutamenti a T.I. è stato sistematicamente ridimensionato, si va verso una riduzione in valore assoluto del personale universitario. Le risorse disponibili inoltre vengono spese in modo “distorto”. Le norme concorsuali (Berlinguer) favoriscono concorsi a cattedra localistici rispetto sia ai reclutamenti che alle mobilità tra atenei. Come si intende rispondere al depauperamento delle risorse umane e delle competenze che questo ridimensionamento comporta? Un passo avanti sarebbe la separazione nel budget degli Atenei delle risorse da impegnare per gli avanzamenti da quelle per il reclutamento: unità di conto distinte per i due tipi di concorsi.

 

La separazione dei budget può apparirvi una buona idea, ma non lo è perché è insufficiente, assolutamente parziale e difficile da inserire in una legge, vista l’autonomia degli Atenei. Comunque non risolverebbe il problema. Dal 1993 siamo passati alla budgettizzazione dei finanziamenti statali: ora i soldi vengono versati agli atenei e poi sono loro che decidono. Sembrava l’uovo di Colombo, in molti casi si è trattato di uno scaricabarile e di una restituzione di potere alla parte più conservatrice delle grandi Facoltà. Il problema fondamentale è che le due politiche (di reclutamento e di progressioni di carriera) non vanno messe in competizione: basterebbe affermare che ogni università deve ad un certo punto decidere che cosa fare di persone che ha messo già alla prova per anni e che se decide di reclutarla può farlo al livello che ritiene più opportuno, ma sulla base di una programmazione certa. Invece l’abolizione della pianta organica e l’invecchiamento del corpo docente ha tolto ogni criterio alle dinamiche interne alle facoltà e agli atenei.

In realtà prioritario dovrebbe essere sempre e comunque il reclutamento. In quest’ottica il problema non sarebbero le norme sui concorsi, che in un certo senso è fisiologico modificare periodicamente per adattarle alle diverse situazioni storiche, ma la creazione di un meccanismo nazionale di valutazione indipendente, sul modello di quello adottato in Gran Bretagna, vincolante ai fini del finanziamento degli atenei, rispetto al quale poi i singoli atenei decidono che politica del personale adottare, se avere molti e giovani bravi, se pochi ed eccellenti, se un mix e quale mix.

E’ importante creare un sistema virtuoso, nel quale il reclutamento viene visto come un aspetto decisivo della competizione universitaria. Questa idea basterebbe per introdurre nel nostro paese una differenziazione tra università e una pluralità di vocazioni. Per uscire dall’ipocrisia che le università sono tutte uguali.

Normalmente i liberisti se la prendono con il valore legale del titolo di studio, ma la questione è un’altra e cioè che le singole università devono sapere e decidere che università essere, di che livello, per prestare quale servizio, che facoltà o che linee di ricerca privilegiare, per stabilire alleanze e complementarietà con altri atenei, italiani e non italiani.

Proviamo a riflettere su di un altro luogo comune e cioè che le università italiane sono troppe (sono, escluse le Accademie, i Conservatori e le Telematiche, poco più di 80 in 150 sedi circa). Non esiste in astratto un numero ottimale. Guardando all’estero, troviamo che alcuni Paesi ne hanno di più ed altri di meno: ad esempio le università ed i centri di ricerca pubblici nel Regno Unito sono circa 120, in Francia – escluse le Gandes Ecoles- poco più di 40, in Germania, tutto compreso, 276. In Spagna viaggiano più o meno con i nostri numeri. Esistono quindi due modelli diversi, quello “disseminato” e flessibile e quello “centralizzato” e più rigido, che possono entrambi funzionare bene. La scelta dipende dalla nostra idea sulla relazione fra Società e Sapere.

Quale è il parametro che consideriamo più importante, la ricerca di eccellenza o il numero di studenti? Ad esempio, i 12 atenei che hanno costituito la neonata associazione A.Q.U.I.S (“Associazione per la Qualità delle Università Italiane Statali”) ed hanno mandato un segnale critico nei confronti della CRUI si sono autoselezionati sulla base di parametri che si sono scelti da soli. Se si dovesse tener conto del rapporto tra docenti e studenti, una piccola ma importante realtà come La Normale di Pisa o la Sissa di Trieste sarebbero da chiudere perché mostruosamente care. Se il criterio forte fossero i debiti, grandi università impegnate in importanti programmi edilizi sarebbero da chiudere insieme a università apparentemente in regola ma che non praticano o praticano male il diritto allo studio o una politica di accoglienza degli studenti.

Se prendiamo la vostra questione del precariato, potremmo aggiungere come parametro l’età media del corpo docente. Come vedete, la scelta dei parametri non è una scelta obbligata, ma una scelta politica e questo ci riporta alla questione di partenza del corretto rapporto fra professori e ricercatori, cioè tra il dentro e il fuori, tra un nucleo interno e l’intero mondo delle opportunità ,esterno. In sostanza io penso che una buona metà degli attuali “precari”, fermo restando la necessità inderogabile di valutarli seriamente una volta per tutte, potrebbero benissimo trovare posto nei ruoli universitari, visto che in molte circostanze sono già oggi necessari per il mantenimento dei corsi di laurea e delle attività ordinarie, se solo si decidesse quale deve essere la consistenza di questi ruoli e soprattutto quale la loro organizzazione interna. Prima di procedere è necessario trovare un consenso ampio su 4-5 criteri che devono diventare i pilastri della politica universitaria ed essere utilizzati per definire i parametri di qualità. Sulla base di queste idee si dovrà quindi ragionare su provvedimenti legislativi.

 

3) Il pasticciaccio brutto di piazzale Kennedy.

La seconda bocciatura del regolamento Mussi per il reclutamento dei ricercatori da parte della Corte dei Conti ha prodotto una situazione estremamente confusa. L’ultima nota prodotta dal Ministero ha definitivamente chiarito che le università possono continuare a bandire concorsi da ricercatore su fondi ordinari utilizzando le vecchie norme. Invece la seconda e terza tranche del reclutamento straordinario (in tutto poco più di 3000 concorsi) sono in pericolo in quanto vincolate all’approvazione di un nuovo regolamento ed andranno perdute se questo o il prossimo governo non approveranno un decreto legge per consentirne lo svolgimento con le vecchie regole o non emaneranno un regolamento nuovo. Come si intende superare l’attuale situazione emergenziale? Si intende proseguire nell’emanazione ed attuazione del regolamento “Mussi”, ripristinare le attuali regole concorsuali, introdurre un altro regolamento o semplicemente attendere la scomparsa dei ricercatori a T.I. nel 2013?

 

Il regolamento Mussi-Modica non esiste più ed allo stato attuale non si possono proporre soluzioni non praticabili. Il nuovo governo dovrà riprendere in mano tutta la questione. Nel frattempo speriamo che i bandi 2008 (riaperti con le vecchie regole) non siano per troppi posti – non vengano visti come l’ultima spiaggia prima di un altro inutile blocco per anni – e che vengano usati con intelligenza – ma non ci conto troppo – per far entrare qualcuno di voi. Il nuovo regolamento per ricercatori era farraginoso e un poco neo-illuminista, calato dall’alto come da un altro mondo. Aveva comunque un enorme pregio e cioè quello di reimpostare tutta la politica dell’università sui ricercatori, sui più giovani, sul futuro, e di farlo, a vostra tutela, sul piano nazionale, cioè rimettendo a rete tutte le università attraverso un meccanismo di valutazione preventiva precedente alle chiamate nelle università. Fin dagli anni Novanta, come ben sapete, il concorso da ricercatore era al contrario il più impegnativo di tutti ma anche il più localistico di tutti.

Le liste nazionali garantiscono maggiormente che il merito appartenga alla persona e non al bando della facoltà e al suo sponsor. Per questo è importante che un futuro governo, mettendo mano al meccanismo di reclutamento, non tradisca l’ “interesse nazionale” e il principio del merito soggettivo. Non sono i posti ma le persone che contano e i posti vanno creati sulla base dei soggetti e non viceversa. I posti non devono più essere calati dall’alto, e nemmeno aggiunti a pioggia, perché non si conoscono le situazioni locali: non ha senso dare ad un’università N posti da ricercatore se non ci sono N persone valide prevalutate che sono disposte ad andare a lavorare in quella università. Bisogna invece tenere conto della realtà e valutare le università anche tenendo conto del contributo che i “precari” già forniscono ad essa e che non è un contributo fantasma. Far rientrare il precariato, anche se del caso per impedirne la proliferazione, nella rappresentazione delle università perché è troppo comodo far finta che sia personale “tampone”, fantasma e che l’unico parametro sia quello dei requisiti minimi. Ma questo presuppone che si sia più “laici” anche rispetto ai requisiti minimi e più liberi nell’accettare che un’università decida di lavorare con organici ridotti e molti contratti. Purché ne spieghi le ragioni e sappia assumersene le responsabilità.

La degenerazione del sistema è ben rappresentata dall’estendersi della fascia di precariato nel lavoro di ricerca e nella docenza che, complice la paralisi delle regole di reclutamento, sta sacrificando una coorte imponente di risorse umane. Al reclutamento precoce e su base meritocratica di giovani leve si è sostituito negli anni, ma con il contributo determinante della Legge Moratti, un florilegio di figure e di contratti (dottorandi, borsisti di post dottorato, contratti a tempo determinato, assegni di ricerca, contratti di collaborazione, professori incaricati, aggiunti…) disomogenei e discutibili anche sul piano dei diritti, che non costituiscono un percorso di accesso ma un non luogo di scorribande di un potere sfuggito ad ogni esercizio ordinato di programmazione, il cui incipit è stata l’abolizione all’interno delle università di ogni pianta organica relativa ai ruoli e alle carriere.

La norma, tutt’oggi vigente, fatta approvare dalla Moratti sulla scomparsa del ruolo dei ricercatori entro il 2013, però con la contestuale sopravvivenza fino ad allora dei relativi concorsi ed anzi con il pasticcio recentemente determinatosi intorno al finanziamento di nuovi posti da regolarsi con nuove procedure che non hanno visto la luce, vittime di un conflitto tra organi dello stato, sono elementi di una rivoluzione al rovescio perseguita senza convinzione da entrambe le parti politiche, destra e sinistra, e, più in generale, di una tremenda confusione culturale.

Io mi batterò nel P.D., per quel poco che potrò fare (non essendo né in Parlamento e tantomeno un funzionario di partito), perché non siano aboliti i posti da ricercatore e perché si conservi la tradizionale tripartizione di ruoli, sia pure rivista nelle responsabilità rispettive. Ma mi batterò anche perché dopo il titolo di dottore ci sia solo una possibilità per far lavorare in prova i più giovani e di durata certa e non rinnovabile, coerentemente con quanto detto prima in merito alla necessità di tagliare l’erba sotto i piedi di chi concepisce “ la gavetta” in università come un necessario omaggio ai baroni o come una necessaria espiazione prima del Potere (ma quale poi oggi….!). Professori a 30 anni o poco più e poi in pensione a 65 anni. Oppure meglio dire chiaramente ai giovani aspiranti che si cerchino un altro lavoro. Oppure imporre i giovani più bravi, e che si sottopongono a valutazioni nazionali serie alle diverse sedi, dotandoli di un proprio personale potere contrattuale (in casi di particolare valore si potrebbe pensare anche alla titolarità e alla trasportabilità dello stipendio per giovani brillanti)

Interventi “omeopatici”, invece, come quello dei 1000 ricercatori l’anno, non risolvono il problema ed anzi alimentano l’illusione che basti aprire un attimo la valvola di compressione per mettere a tacere il problema. Queste soluzioni sono contro di voi, contro la vostra legittima aspirazione a sapere se siete un peso o una risorsa per le vostre facoltà.

Il problema è di maggiore portata, perché noi avremmo bisogno nei prossimi dieci anni di almeno 30.000 docenti di ruolo in più. Se si parte da questa scelta è evidente che molte di queste persone ci sono già, anche se non si vedono, e vanno fatte “riemergere”. Ma un investimento di quella portata, costruito anche con lo svecchiamento dei ruoli esistenti, non può essere concepito che all’interno di una rimobilitazione complessiva della popolazione studentesca, dei giovani talenti, dei dottorandi, degli stessi laureandi (magistrali).

La destra propone la massima flessibilità rispetto alla carriera universitaria. Non so se riprenderanno il modello della precedente legge Moratti per quanto riguarda le figure professionali precarie: mi auguro di no, perché quella legge era viziata dal pregiudizio che nella ricerca si potesse vivere come tra i corsari, sempre alla ricerca di finanziamenti, protezioni, appoggi, borse prima dell’ascensione all’Olimpo della cattedra e che l’Italia potesse svegliarsi di colpo come gli Stati Uniti, con una concorrenza spietata e con una lotta darwiniana tra atenei o fondazioni. A parte il fatto che questa non è nemmeno la corretta rappresentazione degli Usa, questa è un’idea provinciale di concepire l’avviamento alla ricerca e la funzione sociale dell’università.

La Sinistra Arcobaleno propone invece 3000 ricercatori l’anno per la prossima legislatura. Sarebbe un buon risultato se a quei 3000 si affiancassero 15.000 nuovi potenziali aspiranti, attivando borse di studio, borse di dottorato, borse di ricerca, cioè creando un ampio serbatoio nel quale “pescare”. Solo in questo modo una selezione ampia potrebbe essere di qualità e contenere le aspirazioni di chi e già esperto e di chi è meno esperto ma è altrettanto bravo e motivato. Io temo invece la logica dell’elastico: voi in fuga verso la terra promessa, ma avvilente, di una stabilizzazione con ope legis mascherate e nel mentre impegnati psicologicamente a dipendere in tutto da dinamiche clientelari o costretti a ributtare indietro i più giovani per paura che vi si affianchino concorrenti più freschi. E’ la tentazione a cui vi porta una logica baronale che vi chiede più fedeltà che risultati e che vi butta in pasto ai più giovani e vi usa come diaframma per sgravarsi di lavoro o per scaricarvi addosso lavoro pesante. Ampliamo invece il numero di borse e poi potremmo anche reclutare 15000 ricercatori: la logica dell’inserimento di 15000 precari senza ampliare il numero di borse è sbagliata, perché chiuderebbe la strada agli altri; ai 15000 posti andrebbero aggiunte 40-50000 borse per i più giovani per far emergere il meglio. In questa visione il PD si batterà intanto per dare la borsa a tutti i dottorandi: la borsa di studio deve essere vista come una dote che la società dà al dottorando e deve essere pagata dallo Stato (non dall’ateneo) personalmente al dottorando. E’ una dote alla persona. La prospettiva è quella di un popolo di borse di studio di durata congrua ma non ripetibile che rimetta in moto la competizione tra le università.

Contrariamente alla posizione del centrodestra, la nostra proposta è quella di una logica nazionale per il reclutamento e l’ammissione ai ruoli e locale per gli avanzamenti. Ciò risponde maggiormente agli interessi del Paese, perché il reclutamento è un momento assai più decisivo degli avanzamenti. Ora invece c’è una cesura fra il Paese e l’Università. Il Paese non ama l’Università. L’Università deve darsi da fare e per questo deve tirare fuori la rabbia e la grinta di persone più giovani. La soluzione non è però il ruolo unico, perché il problema non è che tutte e tre le fasce fanno la stessa cosa, salvo che in poche funzioni, ma che proprio le tre fasce sono state di fatto omologate. Invece vanno ridefinite le responsabilità in termini di compiti, ma anche di chiamata a rispondere di quel che si fa. In tal modo si può eliminare lo stimolo a rinunciare al reclutamento. Invece se i tre ruoli sono di fatto identici viene meno la necessità di ricorrere al reclutamento dei ricercatori, di coloro che stanno “fuori”, e meriterebbero.

 

4) Precariato e università: salario e contratti. Esclusi dalla legge Biagi, esclusi dalla Finanziaria 2008. La richiesta di fare ordine e riconoscere diritti: solo ricercatori a T.D.?

 

Le retribuzioni del personale precario della ricerca sono molto modeste, significativamente inferiori alle medie del G7 e praticamente immobili dal 2000. Inoltre le università possono assumere personale a termine per attività di ricerca ricorrendo tipologie contrattuali molto diverse. Da diverse parti giunge la richiesta di ricondurre tutto all’unica forma del ricercatore a tempo determinato, più rispettosa dei diritti fondamentali (maternità, ferie, malattia, adeguata contribuzione previdenziale) emanando contestualmente un regolamento unico nazionale.

 

In questa domanda devono essere discussi separatamente due aspetti: il diritto del lavoro e la logica di sistema dell’Università; il primo è stato affrontato da Davide Imola, il secondo dal prof. Tognon, che comunque ritiene che se di lavoro si deve parlare in università, lavoro deve essere, tutelato e pagato come tutto l’altro lavoro riconosciuto.

Riguardo al secondo aspetto, il prof. Tognon osserva come la proliferazione di tipologie di contratti precari all’interno dell’Università risponda ad una esigenza perversa, quella di creare un fossato fra la fase degli studi ed il ruolo universitario. Questa è una conferma del perdurare nella mentalità universitaria di una diffidenza verso un’Università di massa: se l’Università è di massa, non si vuole che la modalità di insegnare e di gestire la ricerca riconosca la situazione e si strutturi in relazione alle nuove condizioni. Questo è un problema che ci portiamo appresso dagli anni ’60, quando non si fu in grado di affrontarlo e gestirlo. In ogni caso la proposta della forma unica del tempo determinato (3+3) non è una soluzione soddisfacente, poiché questa forma contrattuale è l’anticamera per situazioni che vanno oltre i limiti temporali entro i quali è ragionevole che avvenga l’ingresso nel ruolo universitario. E’ una formula che “invecchia” troppo anche perché normalmente arriverebbe a “premiare” qualcuno che è già sopravvissuto per anni con borse di dottorato, di post doc e altro.

L’obiettivo del PD è invece quello di portare le università a decidere prima se uno merita o no, così da bonificare alla radice il precariato. Il nostro slogan, se mi permettete, è quello di “professori a 30 anni”. E’ ragionevole a questo proposito chiedere di porre un limite di età ai concorsi da ricercatore, da fissare a 35 anni, per favorire l’ingresso nell’università ad una età più bassa di quella attuale. Questo cambiamento converrebbe anche a chi si trova già oltre questo limite, poiché metterebbe gli atenei nelle condizioni di poter pensare a soluzioni ordinate di riassorbimento dei precari senza scambiarli per giovani promesse, quando magari hanno già alle spalle un curriculum di tutto rispetto e potrebbero essere assunti come prof. E’ ragionevole pensare che chi fa ricerca ad una età superiore ai 30-35 anni possa ambire al ruolo di associato, mentre quello di ricercatore dovrebbe il traguardo da porsi ad un’ età inferiore. Si possono inoltre stabilire un’età limite o un intervallo massimo di tempo anche per i passaggi tra le varie fasce della docenza, stabilendo che chi entra in un ruolo può passare a quello di associato entro i primi 10 o 15 anni di permanenza nel ruolo di partenza e poi non più. E’ opportuno anche proseguire il processo di abbassamento dell’età pensionabile iniziato con l’abolizione del fuori ruolo, consentendo comunque ai docenti in pensione di poter continuare ad insegnare a contratto, con il vincolo di destinare le risorse finanziarie recuperate ad un Fondo di ateneo per nuovi posti da ricercatore. Insomma, partiamo dal dimostrare che è una balla dire che la scelta di un buon ricercatore non possa essere fatta, con gli strumenti idonei di valutazione, presto, dopo pochi anni di impegno.

Bisogna, soprattutto, affermare merito e valutazione sottoponendo i professori a valutazioni sia periodiche e programmate che a sorpresa per esaminare che cosa stanno facendo. Senza parlare di piccoli ma efficaci provvedimenti di decenza e di etica, come stabilire alcune elementari incompatibilità tra consanguinei, essere più rigidi nel prevedere e premiare la mobilità tra varie sedi di lavoro, essere rigidi sulla durata delle cariche di governo degli atenei di cui vanno modificate le norme di funzionamento e di elezione, essere più attenti nell’esame dei bilanci delle università, che dovrebbero essere certificati, mettere in rete e rendere pubblici non solo i giudizi dei concorsi ma anche i curricula di partenza dei candidati e i criteri di valutazione ecc. Certo, tutto questo richiede un impegno analitico fine, un intervento normativo pensato, discusso, efficace, non punitivo… insomma una rivoluzione silenziosa anche nel modo di concepire il rapporto tra politica e università, fondata sul criterio della libertà e della responsabilità.

Sull’aspetto del diritto del lavoro interviene Davide Imola, che osserva come la questione del precariato sia stato un tema ampiamente discusso nell’ultima legislatura. La legge finanziaria 2008 ha affrontato la questione dei contratti atipici nel settore pubblico, introducendo anche le stabilizzazioni. L’Università e gli Enti di Ricerca ne sono rimasti esclusi, ma in realtà l’occasione persa non era ghiotta come si potrebbe pensare, nel senso che anche negli altri corpi dello Stato le stabilizzazioni segnano il passo. La finanziaria ha affermato un diritto che potrebbe andare perduto perché ancora non sono chiari gli ambiti di applicazione, la platea dei destinatari e le modalità del processo. Su questo tema è essenziale una battaglia culturale che abbia un respiro ancora più alto, rivolgendosi contro tutte le forma di precarietà, incluse quelle private. Usciamo da un lungo periodo nel quale si è fatto credere al paese che la flessibilità è un fatto positivo. Ora non è possibile pensare di cambiare direzione di marcia e sconfiggere la precarietà affidandosi ad un percorso solo parlamentare. Bisogna dire le cose come stanno. Un punto chiave è la concertazione. Tutte le forme contrattuali precarie sono state contrattate con le parti sociali; questo ha fatto si che siano previste varie garanzie. Da quando si è deciso di non concertare più, si è lasciato alla parte più forte (cioè al datore di lavoro, pubblico o privato) il diritto di abusare dei contratti precari. Ora si deve incentivare il tempo indeterminato e disincentivare il tempo determinato (inteso come insieme dei contratti a termine), aumentando i costi del secondo e diminuendo quelli del primo. Bisogna ridurre il numero di forme di accesso e la possibilità di ricorso a forme contrattuali atipiche. Solo i contratti di lavoro e le parti sociali possono affrontare il problema, operando settore per settore. Non è pensabile intervenire con una sola legge che valga dall’agricoltura, al turismo, alla ricerca. E poi è importante colpire gli abusi. In questo ampio discorso si inserisce la proposta della retribuzione minima di 1000-1100 euro: questa ridarà slancio, triplicherà i contributi previdenziali e farà incamerare allo Stato più soldi. Un altro discorso è quello della tutela del lavoratore precario, della maternità, dei periodi di malattie, dei contributi, delle ferie, della protezione anti-infortunistica, della protezione dalla perdita del lavoro. Purtroppo ogni datore di lavoro invoca una specificità di settore per stipulare contratti che costano di meno (per i privati la competizione internazionale, per l’Università la specificità del lavoro intellettuale, ecc…).

 

5) Modello di Università: il finanziamento alla ricerca.

Il finanziamento alla ricerca è inferiore alle medie europee ed avviene attraverso il fondo unico per la ricerca che emana di anno in anno i bandi prin, firb e fisr. I fondi sono scritti ogni anno nella finanziaria e questo ha prodotto grandi oscillazioni nei trasferimenti pubblici per la ricerca di anno in anno. Le procedure di selezione soffrono di questa oscillazione respingendo negli anni difficili anche progetti validi che negli anni migliori sarebbero finanziati. Si intende continuare con le procedure attuali o procedere verso la creazione di un’agenzia con costante dotazione finanziaria? Vi sono stati alcuni timidi segnali verso l’ampliamento della platea dei proponenti includendovi anche i titolari di contratti a termine (precari), si intende universalizzare questa prassi? I precari potenzialmente titolari di progetto di ricerca e budget non sarebbero più “personale passivamente intento a sperare nel rinnovo del proprio contratto” ma si potrebbero trasformare in motori di innovazione.

 

Alla seconda parte della domanda la risposta è: “Assolutamente si”. Il PD propone di applicare ai giovani entro una certa età limite i criteri utilizzati dallo European Research Council. I soldi devono essere del vincitore del bando, indipendentemente dalla sua qualifica. Riguardo alla prima parte della domanda, è importante un sistema nel quale i soldi per la Ricerca siano vincolati ad essa e non possano essere spesi per altro (ripianare debiti, funzionamento degli atenei…). Le modalità di assegnazione devono richiamare il modello del P.R.I.N., centrato sulla peer review. Questo modello, dove viene applicato completamente, non guarda in faccia all’età. E’ la prassi, non la norma, ad introdurre limiti inferiori di età. E’ importantissimo che sia davvero il giovane a gestire i fondi, impedendo l’espediente di assegnare ad un trentottenne la guida formale del gruppo che presenta il progetto per acquisire punti nell’assegnazione, in una situazione nella quale la gestione sarà di fatto in mano agli ordinari. Anche le classifiche di valutazione per giovani ed anziani possono essere diverse: per i giovani devono avere massima importanza le potenzialità ed il contenuto innovativo del progetto di ricerca, per gli anziani il curriculum e le dimensioni del gruppo che gestiscono. Bisogna abbandonare l’attuale logica assistenziale dei finanziamenti a pioggia e della confusione fra i fondi per la ricerca e quelli da utilizzare per il funzionamento. Riformulare il sistema dei costi indiretti, delle fees per i dipartimenti o le Facoltà: è ovvio che chi utilizza strutture e tempo distogliendolo da altri compiti deve riconoscerlo, ma c’è modo e modo.

In conclusione. Il PD crede che sia venuto il momento di fare una politica di verità, non spocchiosa, ma documentata e che occorra chiamare l’università a pronunciarsi su di un progetto per il paese e non invece trincerarsi dietro l’ignoranza o l’autoritarismo dei politici. Questo presuppone di abbandonare l’idea che le università sono tutte uguali: al contrario devono essere valutate per quello che fanno e per quello che si propongono di fare, senza pensare che tutte debbano pretendere di diventare di colpo una fucina di Nobel (il compito di trasmettere scienza e di coltivare l’intelligenza e la creatività è un compito sociale di primaria importanza) e le classifiche devono essere alla base dell’assegnazione di fondi. Devono anche essere rese pubbliche, affinché i cittadini sappiano cosa scelgono.

Bisogna comunque abbandonare la logica che è prevalsa negli ultimi anni, secondo la quale la strada da seguire per riformare e moralizzare un sistema universitario “corrotto” era quella di affamarlo. La penuria di fondi non ha risolto i problemi, ma anzi li ha aggravati, cancellando l’orizzonte della crescita qualitativa. Ora è essenziale invertire la rotta, partendo dal presupposto che per far ripartire un’automobile la prima cosa da fare è darle carburante e di indicarle una meta.

 

 

Il prof. Tognon alla fine, per riassumere, propone le seguenti osservazioni:

 

 

1) Le università non sono tutte uguali. Vanno valutate affinché i cittadini sappiano che cosa scelgono.

2) Le università devono tornare ad essere il motore della mobilità sociale. Parte delle risorse oggi erogate alle università dovrebbero arrivare ad esse attraverso la libera scelta delle famiglie e dei giovani titolari di borse.

3) Abbiamo bisogno di più laureati, ma non di laureati qualsiasi. L’orientamento non può diventare un esercizio retorico ma deve coinvolgere le scuole e comprendere agevolazioni concrete.

4) La fatica del merito non deve ricadere solo sui più deboli. Occorre passare gradualmente dal valore legale al valore reale dei titoli, sotto forma di crediti.

5) All’università si vive da adulti: abbiamo diritti ma anche responsabilità. Non è possibile scambiare il diritto allo studio con la mancanza di serietà nelle prove e nella didattica.

6) La libertà di scegliere il meglio e il diritto di provarci è a favore dei più deboli: la prospettiva è quella di un popolo di borse di studio che rimetta in moto la competizione tra le università.

7) Le università devono avere le risorse che meritano. Affamarle per riformarle non ha alcun senso e la sinistra deve convincersi che le riforme costano.

8) Le università sono di tutti e non dei soliti noti. Doveri, valutazione e ricambio sono le regole per gestire il rinnovamento interno agli atenei. Si stabiliscano, ad esempio, per legge, delle incompatibilità; si sottopongano i professori a valutazioni ricorrenti e se del caso senza preavviso; si abbassi l’età pensionabile per tutti i professori con il vincolo di destinare le risorse finanziarie recuperate ad un Fondo di ateneo per nuovi posti da ricercatori, consentendo comunque ai docenti in pensione di poter continuare ad insegnare a contratto; si stabilisca un’ età limite (o un intervallo massimo) per i passaggi tra le varie fasce della docenza. E altro ancora, se serve, nella logica di creare un nuovo costume accademico soprattutto grazie al ricambio e al confronto generazionale. Senza pretese di definitività, ma con intelligenza di dettaglio.

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29 Responses to Resoconto Ufficiale Incontro Ravvicinato con il PD

  1. Miriam ha detto:

    Cioe’ 20000 persone finiranno in mezzo ad una strada? Sempre più convinta di buttarmi sul P.d.L.!

  2. Stoned ha detto:

    Ci risiamo

    poche proposte concrete.

    Una c’è … limite di età a 35 anni per diventare ricercatore!

    Il limite di età per il concorso di ingresso è illegittimo e illiberale.

    Non deve mai esserci un vincolo demografico, occorre invece finanziare i nuovi reclutamenti ed eliminare ruoli intermedi incrementando lo stipendio da ricercatore magari riducendo a due i ruoli ricercatore/professore aggregato e professore e basta magari eliminando l’associato; a cosa sarebbe associato l’ “associato” e perché esiste …forse per fare da ruota di scorta al proprio anziano ordinario in attesa della suprema cooptazione…della “andata in cattedra”? Vi rendete conto che gli ordinari ragionano con lughi comni come solo l’ordinario è “in cattedra”!!!! Le cattedre de che? Chi li avverte che viviamo in una società postmoderna…che la Thomson scienfific è interessata al mercato della scienza e non alle “Cattedre”…..

    Altro che limite di età!

    Tognon…molte idee…confuse.

  3. precariota_stufo ha detto:

    No ai vincoli di età!! No alla rottamazione dei 35 enni! Siamo vittime di voi politici sia del PD che del PDL

  4. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Accidenti, un post di 5639 parole per non dire quasi nulla! (http://www.wordcounttool.com/)

    Chiederei gentilmente ad uno dei lettori che lo avesse letto per intero di inserire un commento con un breve riassunto delle proposte concrete del PD, se ce ne sono.

    A Tognon invece chiederei di imparare l’antica arte della sintesi. Se uno chiede “risposte ad un problema numericamente grave”, vorrei sapere che senso ha imbastire un discorso su quanto università e ricerca siano sottovalutate dai nostri politici (come se non ce ne fossimo accorti).

  5. sasà ha detto:

    mi spiace, ma tognon ha detto molte cose “concrete”.

    Alcune condivisibili, alcune no. Alcune interessanti, alcune aberranti. Solo che, come al solito, quelle aberranti mi sembrano quelle più facilmente attuabili.

    Per fortuna, come lui stesso ammette, lui non conterà niente… ma qualcuno può fare un resonconto breve di quello che ha detto Imola?

  6. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Non voglio fare inutile polemica, ma se di cose concrete ne sono state dette, vanno filtrate fra le tante chiacchiere.

    Prendiamo la prima domanda: “Quali politiche per l’immissione in ruolo di un numero congruo di ricercatori a tempo indeterminato, coerente quantomeno con il libro verde sulla ricerca del luglio 2007 redatto da TPS?”

    Gli intervistati parlano di due linee di pensiero, dicono che va studiata una riforma che sia soddisfacente, va ripensata la figura di docente, esistono molte ipotesi, bisogna essere fedeli alla linea maestra del merito, combattere i baroni, …

    Tutte cose molto interessanti, ma di fatto non si risponde alla domanda.

    Poi si parla di “problema della cronica mancanza di ricercatori”. Ma che cazzata! Quello che manca sono i soldi, non certo i ricercatori (noi che siamo, pescivendoli?).

    Gli altri punti non li ho letti, li leggerò quando avrò tempo (o quando qualche volenteroso farà un riassunto di meno di 15 righe). Ma mi sembra che il tono sia più o meno lo stesso.

  7. tognon vergognati…:
    “E’ ragionevole a questo proposito chiedere di porre un limite di età ai concorsi da ricercatore, da fissare a 35 anni, per favorire l’ingresso nell’università ad una età più bassa di quella attuale.”

    ma come si può dire una frase del genere…?

    negli stati uniti nei curriculum non si scrive nemmeno l’età…

    dietro la maschera di veltroni
    ci sono i soliti conservatori…

  8. oronzo ha detto:

    Leggere il resoconto dell’incontro con Tognon mi ha richiamato la lettura di molte proposte di progetto (sia PRIN che FET/EU), dove si usano pagine e pagine per dire molto poco. Sfortunatamente, Università e Ricerca non sono più una priorità per nessuno dei due schieramenti principali.

    Non potendo cedere in blocco le università e la loro gestione a francesi o inglesi, a questo punto spero che riattivino la legge Moratti, facciano i decreti attuativi e lancino i concorsi nazionali: sarà sempre meglio del dilettantismo di questi ultimi 24 mesi.

  9. Miriam ha detto:

    L’università italiana ha reagito ai tagli degli investimenti nell’ultimo ventennio non ridimensionandosi o risparmiando sugli avanzamenti di carriera (le “autopromozioni”) dei docenti, ma affidandosi massicciamente al lavoro precario. In tal modo si è riempita di un numero imprecisato, ma elevato, di ricercatori precari e questo di fatto blocca le aspirazioni non solo degli over 30-35, ma anche di quei “giovanissimi” che secondo il PD (e la CRUI, non a caso) verrebbero invece bloccati dalle stabilizzazioni. La ragione è semplice: nei gruppi di ricerca esistono precise gerarchie di anzianità per l’assegnazione dei posti e (salvo casi eccezionali) nessun neo-dottorato ha la minima possibilità di diventare ricercatore finché si trova davanti due, tre, quattro contrattisti più anziani. E d’altra parte una moralizzazione dei concorsi non risolverebbe nulla dal momento che in qualsiasi concorso onesto il curriculum di un neo-dottorato non può minimamente competere con le 20, 30 o 40 pubblicazioni e le esperienza didattiche dei ricercatori più anziani. Il fenomeno è ben evidente in gran parte dei dipartimenti. Quindi il blocco strumentalmente paventato dalla CRUI e dai suoi deputati nei fatti esiste già ed il PD (il cui programma sull’università, come noi ex-elettori abbiamo amaramente constatato negli ultimi due anni, può essere comodamente scritto in tre parole: “obbedire alla CRUI”) lo sa benissimo. E sa benissimo che le soluzioni sono solo due: stabilizzare i precari più anziani prevedendo poi un aumento strutturale del numero dei ricercatori per evitare il blocco del reclutamento che altrimenti seguirebbe oppure tagliare fuori i precari anziani (buttando a mare una intera generazione, aggiungo io) con un limite di età per i concorsi. Il duo PD-CRUI ha evidentemente scelto la seconda strada, ma per fortuna questa operazione di macelleria sociale non ha la minima possibilità di essere realizzata, dal momento che la normativa comunitaria vieta le discriminazioni anagrafiche nelle assunzioni pubbliche. Il problema resta. Il sospetto è che il PD e la CRUI non abbiano la minima intenzione di risolverlo nell’unico modo possibile. Evidentemente alla corporazione accademica va bene cosi’. Nulla di nuovo quindi, tranne l’ennesima conferma della chiara scelta di campo del PD a favore dei rettori, delle gerarchie e dei baronati.

  10. non-tenure-track researcher ha detto:

    Tognon ha definito “neo-illuminista” il Regolamento di Mussi & Modica. Che ci volesse riportare al Medioevo dei concorsi berlingueriani?

  11. Giorgio ha detto:

    Non scrivo mai sul blog, ma stavolta lo faccio per complimentarmi con Miriam. Brava. Il blocco strumentalmente paventato dalla casta accademica e dal suo partito politico di riferimento (il PD) nei fatti c’e’ già, dal momento che solo pochissimi “fortunati” neodottorati molto raccomandati possono realisticamente pensare di diventare ricercatori avendo davanti un “muro” di precari più anziani ed assai più titolati. Ecco allora la proposta del limite di età e del massacro sociale della generazione 1965-1980. Con l’aberrante spiegazione del “cosi’ potete diventare associati”. Come se non sapessimo che in termini di budget il costo dell’associatura diretta di un precario è talmente elevato che nessun gruppo di ricerca potrà (e vorrà!) mai fare una cosa del genere.

  12. serena ha detto:

    Diversi deputati e sottosegretari del PD hanno lavorato per mantenere e diffondere il lavoro precario nelle università e negli enti di ricerca nella passata legislatura.
    Alcuni di loro, per fortuna, non sono stati ricandidati, altri purtroppo sono di nuovo in lista. Invito gli elettori delle circoscrizioni interessate a negargli il voto. Ricordo che, non esistendo le preferenze, per non votare il candidato occorre non votare la lista:

    Senato della Repubblica, circoscrizione Toscana
    11 MODICA LUCIANO, lista PD

    Camera dei Deputati, circoscrizione Emilia Romagna
    18 GHIZZONI MANUELA, lista PD

    Camera dei Deputati, circoscrizione Lazio 1
    12 TOCCI WALTER, lista PD

  13. non-tenure-track researcher ha detto:

    il povero Tognon si affida allo sproloquio e alla demagogia (largo ai giovani!) per dissimulare i suoi intenti restauratori. Stigmatizza il nuovo Regolamento, ma in realtà non fa che proporre un ritorno al Vecchio (la Legge berlingueriana sui concorsi ancora in vigore), di cui lui è fedele esponente.

    Rimpiangeremo il neo-illuminismo di Modica!

    Valditara, Tognon o chi per loro ci riporteranno all’eterno Medioevo dell’università italiana.

    Comagni e colleghi fermiamo questi reazionari! Alla lotta!

  14. Miriam ha detto:

    Ragazzi, non attacchiamoci come cozze al regolamento Mussi-Modica come se fossimo così ingenui da pensare che avrebbe prodotto chissà quali cambiamenti.
    Al limite sosteniamo l’idea di Tognon del concorso unico nazionale (10 università bandiscono un posto e si fa un concorso unico nazionale per 10 posti, come per i livelli superiori), questo produrrebbe cambiamenti. Ma il concorso locale con la foglia di fico dei referee “anonimi” (che peraltro sarebbero illegali), sarebbe un “tutto cambi perché nulla cambi”.

  15. non-tenure-track researcher ha detto:

    ok Miriam, abbiamo scherzato, la festa è finita. Torniamo ai concorsi nazionali, agli accordi tra le cordate baronali, ai settori disciplinari “putridi” e corporativi, alle telefonate, ai finti sorteggi o alle finte elezioni. Muoriamo dalla voglia!

    Il tempo passa e l’Italietta continua a fare il passo del gambero.

    E i precari si illudono…

  16. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Io sono d’accordo con Miriam. E’ inutile continuare a rimpiangere il regolamento Mussi-Modica. E quella dei referee anonimi era una stupidaggine colossale, per i motivi elencati altrove in questo blog.

    I concorsi a livello nazionale toglierebbero un pò di autonomia alle Università, il che vuol dire rendere più difficile la vita ai baroni che le controllano.

    A proposito di ridimensionamento dei costi: è emblematico il caso dell’INDAM, che ha la sola funzione di sportello bancario per i gruppi di alta matematica, e sebbene sia senza organico e senza una vera sede riesce a spendere in spese amministrative il 65% dei fondi investiti in ricerca (fonte CIVR, Anno finanziario 2000). Forse è il momento di chiedersi quanti dei (pochi) soldi investiti nella ricerca arrivano realmente a destinazione, e quanti vengono persi lungo il percorso.

  17. carlo propone:
    “concorsi a livello nazionale”!!!!
    “e togliere autonomia alle università”!!!
    si ottimo… io aggiungerei
    l’elezione diretta di rettore, e dei porfessori direttamente dal
    partito di maggioranza al governo.

    Inquesto caso anche il ricambio della classe dirigente sarebbe garantito,
    appena cambia il governo cambiano sia rettori che professori…

    perchè ci abbiamo pensato solo ora?

  18. carlo (con la minuscola) ha detto:

    @ http://rivoluzioneitalia.blogspot.com/

    Io non propongo nulla. Ho solo detto che fare i concorsi a livello nazionale significa togliere potere ai baroni (magari per darlo ai politici, questo è possibile anche se mi aspetto che un concorso nazionale sia più trasparente di uno a livello locale).

    Inoltre non vedo come i concorsi da ricercatore possano influire sull’elezione dei rettori, o sul passaggio di fascia dei professori.

    Scusa la domanda, ma tu sei un ricercatore? Perché dai tuoi interventi non mi sembri molto ferrato riguardo università e ricerca.

    Quando dici “negli stati uniti nei curriculum non si scrive nemmeno l’età”, a quali curriculum ti riferisci? Nei CV scientifici si mettono tutte le date rilevanti, inclusa la data di nascita. Anche nelle domande di ammissione di solito si chiede la data di nascita (un esempio a caso: http://www.princeton.edu/pr/admissions/u/appl/pdf/PU_0708_application.pdf ).

  19. Alessandro ha detto:

    Ma qualcuno ha notato che il Pd ci manda a dire che è disposto a fare 15000 nuovi ricercatori solo se in cambio si fanno 40000 nuovi precari??????!!!!!!!

  20. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Si. Anche il punto f), “investire massicciamente in borse di studio per preparare i futuri ricercatori”, mi sembra piuttosto stupido. O si creano più posti da ricercatore (possibilmente non precari), o si diminuiscono le borse di studio per il dottorato. Non ha senso spingere tanta gente a dottorarsi se poi dovranno passare quello che stiamo passando noi, o peggio.

    Già che ci siamo, vorrei ricordare che il centro-sinistra ha sottratto 92 milioni di euro alla ricerca, dall’ultima finanziaria, principalmente per trovare i soldi per l’accordo con i camionisti. E’ stata una mossa che gli ha fatto perdere molta credibilità.

  21. La capra ha detto:

    Caro Carlo la proposta avrebbe un qualchje senso se si affiancasse ad una programmazione degli accessi:
    – tanti ne entrano con le borse (di dottorato?)—– tanti ne escono (reclutati)
    – e con la costruzione di un percorso definito di accesso unico (diciamo dottorato + 2 anni TD).

    Ovviamente si dovrebbe rendere spendibile il dottorato al di fuori dell’Univesità. Ovviamente si dovrebbero cancellare tutte le altre forme di reclutamento a termine (dagli assegni ai post-doc) per non creare percorsi di serie A e percorsi di serie B…

    Ed ovviamente Tognon si dovrebbe rendere conto che definito un percorso standard non avrebbe più senso il blocco a 35 anni perché a questo punto finito il cursus o sei dentro o sei fuori (si spera in ragione di una seria valutazione…

    (si lo so caro rivoluzioneitalia, secondo te una proposta come questa è dirigista e statalista. Verissimo, ma almeno nel suo impianto è coerente e in qualche modo funzionale e del resto la si potrebbe articolare in modo tale da centrare tutto il processo sui dipartimenti…. certamente più farraginosa e burocratica di un meccanismo a reclutamento libero e valutazione ex post tipo RAE).

    Comunque, quelle di Tognon sono chiacchiere. E la proposta del blocco a 35 anni è il tentativo – forse mal riuscito – di occhieggiare ai precari anziani promettendo loro l’associazione…. Cosa che se veramente il PD volesse andrebbe articolata con almeno tre premesse:
    a. dove prendi i soldi per fare almeno 20/30000 associati (anche solo 15000….
    b. in che modo garantisci che i curricula permettano di accedere all’associazione
    c. come garantisci i ricercatori attualmente reclutati dalle università a fronte della loro aspirazione (legittima) a passare anche loro associati.

    Se poi si considera quali sono i meccanismi concorsuali ci si rende conto della ipocrisia di una simile ipotesi che al massimo permetterebbe a molti di noi di prendere una idoneità senza alcuna chiamata….

  22. Miriam ha detto:

    considerando che 15000 assunzioni libererebbero altrettanti posti precari che i baroni si affretterebbero a rioccupare, arriveremmo a 60000 precari attuali – 15000 vincitori di concorso + 15000 neoprecari con i contratti liberati + 40000 precari PD-CRUI. Totale 100000 precari. Tombola! Ecco a cosa punta la casta accademica.

  23. Spartaco ha detto:

    Per fortuna le probabilità che il Pd torni al governo rasentano lo zero. E io certo stavolta non darò una mano

  24. carlo wrote:
    > Inoltre non vedo come i concorsi da ricercatore possano influire sull’elezione dei
    > rettori, o sul passaggio di fascia dei professori.

    non capisco cosa centri questa domanda….
    io stavo alludendo al fatto che sembra tu voglia trasfomare
    l’università in RAI.

    > Scusa la domanda, ma tu sei un ricercatore?
    Certo che lo sono… cosa credi faccia in questo blog? Propaganda politica?

    Negli stati uniti il curriculum ha in generale un accezione diversa:
    http://wiki.answers.com/Q/Should_date_of_birth_and_or_citizenship_be_included_in_a_resume_or_curriculum_vitae

  25. Ettore ha detto:

    E dopo la batosta elettorale il leader Massimo aprirà la resa dei conti con Veltroni e i suoi seguaci. Tutti a casa, finalmente!

  26. Giuseppe Tognon ha detto:

    G. TOGNON: Mi scuso se entro nel blog dopo aver già parlato e scritto tanto (è il resoconto di una discussione di 3 ore ed ho preferito lasciare argomenti piuttosto che fare inutili promesse elettorali). Se posso precisare e sintetizzare così l’affermazione che ha fatto discutere direi che:
    a)è evidente che nessuno può mettere per legge limiti di età per un concorso pubblico all’università, ma è altrettanto legittimo pensare che, a regime, in un sistema rimesso in moto, soldi aggiuntivi per i ruoli di ricercatore dovrebbe andare soprattutto ai più giovani. Oltre che degli attuali precari credo occorra preoccuparsi anche di coloro che oggi hanno 20 o 25 anni e che non è giusto che lo divengano dopo di voi e come voi.
    b)Chi come voi è in attesa da anni, ha diritto a concorsi rapidi e continui per tutte e tre le fasce. Il PD si batterà perché tutti i soldi possibili vadano a finanziare i concorsi, con procedure non cervellotiche, e per la ricerca: nei prossimi anni dovremo aprire fino a 25/30.000 nuovi ruoli e per far questo il PD chiederà ai proff. il sacrificio di andare, progressivamente, in pensione a 68 e poi a 65 anni e che i fondi recuperati siano obbligatoriamente destinati a concorsi per nuovi ruoli e non per i passaggi interni.
    c)E’ sbagliata però l’idea che i precari debbano diventare ricercatori con una sanatoria (come scegliere?, con quanti anni di borse o contratti, 3 5, 8, 10 ? ) Nel 1982 l’università italiana ha visto diventare ricercatori migliaia e migliaia di persone con anche solo un anno di borsa e il risultato è che per circa 15 anni tutto il sistema si è bloccato, con una deformazione della piramide.
    d)il PD è talmente contro il precariato che si batterà perché dopo il dottorato non ci sia più il mercato dei contrattini, delle borse, degli assegni, ma un’unica figura per fare ricerca ed esperienza in università e per un numero non troppo lungo di anni, con tutti i diritti dei lavoratori.
    Se qualcuno avrà la cortesia di leggere il mio testo troverà molte ragioni, da criticare certo, ma pensate. Non si transige però sul principio del concorso, per merito, e nel caso del primo livello, quello da ricercatore, preferibilmente a livello nazionale, contro i localismi e i ricatti. Vi ringrazio. E vi ricordo che non ho detto e scritto solo cose carine sulle nostre responsabilità passate…

  27. France ha detto:

    (scusate, mi prude la tastiera…)
    a) allora niente limite? o limite si ma quando sorgera’ il sol dell’avvenir?
    b) 25/30.000 “nuovi ruoli” (ricercatori, associati?) “nei prossimi anni” (nei prossimi 3 o 30? Puo’ essere piu’ specifico?), chiedendo ai prof il “sacrificio” di andare in pensione a 68 e poi a 65 anni (perche’ non subito a 65? Sa che 30.000 posti si libereranno comunque da qui al 2015, a legislazione corrente, a causa della famosa onda anomala? Voi cosa ci mettete, in piu’?).
    c) Criteri per la sanatoria: lei ci chiede a noi come scegliere? Un attimo che ci consultiamo e le facciamo sapere. La politica serve a prendere decisioni, non lo sapeva? IL punto qui non e’ COME combattere il precariato, ma SE combatterlo!!!!
    d) Il PD si battera’? Contro chi? Presumete gia’ di stare all’opposizione? Se pensate di poter vincere, non e’ che VI BATTERETE per, GOVERNERETE PER.
    “Non si transige sul principio del concorso, per merito, nazionale”: con quali regole? Non manipolabile? E come? Chi diventa responsabile dell’assunzione di un ricercatore, direttamente il Presidente della Repubblica? Chi valuta la scelta ex-post?
    Ci risentiamo dopo le elezioni.

  28. Precarioemigrante ha detto:

    Caro Tognon, rimango sempre più “allucinato” delle proposte che fate sul tema dell’Università e del precariato nella ricerca.
    A corredo delle domande fatte da France, di cui sarebbe interessante avere una risposta, le chiedo come mai nei 2 anni che siete stati al governo avete fatto l’impossibile per non fare nulla? Come mai nei due anni che siete stati al governo vi siete sempre affannati ad esaudire le richieste della CRUI? Come mai ora che avete come unica prospettiva di stare all’opposizione, vi affannate di propore soluzioni per salvare capra e cavoli (parlo in termini di voti dei precari e dei baroni)? MA Lei crede che siamo così fessi ma ingoiare la proposta (irrealizabile!) che molti di noi passeranno direttamente ad associato, mentre i ricercatori attuali (che naturalmente hanno il barone dietro le spalle) rimarranno in silenzio?
    La maggior parte di noi è contraria alla sanatoria indiscriminata, ma già ad accogliere una parte delle proposte dei sindacati sulla creazione del tenure-track, non era fanta-politica.
    Un’ultima domanda, Modica a settembre in una lettera pubblicata su diversi giornali, parlava di “poteri oscuri” che remavamo contro le riforme universitarie; Mussi recentemente ha detto le stesse cose come pure il suo collega Tocci in una lettera di fine anno. Le volevo chiedere, ma chi sono questi “poteri oscura”? Forse dovremmo incominciare ad occuparci anche nella ricerca di questa forza “forza oscura”? Perchè non proponete un PRIN su quest’argomento e vediamo se riusciamo a risolverlo.

  29. non-tenure-track-researcher ha detto:

    caro prof. Tognon,

    come diceva qualcuno, “le parole sono importanti!”. Non si può dire che si metterà il limite a 35 anni salvo poi correggere che ciò avverrà naturalmente. E il PD non può parlare come la signora Thatcher. Meglio la chiarezza e la precisione di idee e proposte, i ricercatori sono persone serie, che fanno del rigore il loro principio di vita, apprezzeranno gli sforzi di chiarezza e onestà intellettuale.

    A noi al fondo interessa poco che i concorsi siano locali, locali-nazionali, a elezione o a sorteggio, con referees o con commissari. Pretendiamo ‘soltanto’ che l’università italiana riconosca i nostri meriti mediante un processo efficiente di reclutamento.

    Non si può appiattire la discussione eternamente sulle regole concorsuali, altrimenti diventa un diversivo utile per distrarre l’attenzione da quello che è il vero problema: come incentivare i dipartimenti e le facoltà a un reclutamento “virtuoso” e competitivo e non clientelare e cooptativo-servile come avviene oggi.

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