Messaggio e proposte inviate da Rifondazione Comunista (ossia Fabio De Nardis)

In seguito all’incontro con i ricercatori precari di Chimica di Roma, all’acceso dibattito su questo Blog, De Nardis ha elaborato una piattaforma di proposte sul precariato della ricerca che sottoporrà ai loro alleati di SA. Una nota doverosa dello scrivente:

Alcuni ricercatori precari esponenti della RNRP sono per un dialogo continuo (e critico) con i partiti, mentre altri rappresentanti della RNRP ritengono che i ricercatori precari non debbano dialogare con i partiti, né svolgere funzioni di consulenza a causa di una profonda disillusione riguardanti l’efficacia di tali incontri ravvicinati.

E’ un dibattito aperto per partecipare iscriversi alla mailing list nazionale se non riuscite ad iscrivervi contattate la gestione del Blog. Il dibattito attualmente concerne anche la costituzione di una vera e propria associazione.

Queste sono le proposte.

RICERCATORI PRECARI

Proposte del Partito della Rifondazione Comunista

Dopo una serie di incontri a Roma, in Puglia, a Milano, a Torino e a Firenze, e un dialogo quotidiano attraverso mailing list e il forum specifico della Rete Nazionale Precari, spero di essere riuscito a mitigare almeno in parte quella diffidenza e quella rabbia mostrata nei nostri confronti dopo la debole esperienza del Ministero Mussi. Riassumendo le varie proposte presentate dalla R.N.R.P. e dalla C.G.I.L. e alcune osservazioni lette in giro per forum e mailing list dei precari, è possibile formulare una serie di proposte sulla questione del precariato in università ed enti di ricerca su cui credo si possa e si debba convergere. Premetto che in questo senso ho già preso con loro un impegno pubblico prima e durante l’incontro di giovedì 3, al cospetto dei nostri alleati (mancavano solo i Verdi).

1) Precariato di “lungo corso”: abolizione del precariato di “lungo corso”. Una stessa persona non dovrebbe essere titolare di contratti precari per periodi troppo lunghi. Un limite ottimale può essere di 4 anni con meccanismi di programmazione che evitino intervalli fra un contratto e l’altro. L’insieme di queste norme, tenuto conto dei 3 di dottorato di ricerca, porterebbe a una età massima di circa 31-32 anni. Poiché non tutti fanno il dottorato, si può parlare di 7 anni incluso l’eventuale dottorato. Trascorsi i 7 anni, l’università o l’ente di ricerca devono stabilizzare il ricercatore oppure agevolarne l’inserimento nel mercato del lavoro attraverso la creazione di appositi uffici. Naturalmente questi sono limiti che dovrebbero essere imposti “a regime”, perché, con i grandi numeri pregressi che l’università italiana si porta dietro, introdurre limiti di punto in bianco equivarrebbe a togliere i mezzi di sussistenza a migliaia di persone dalla sera alla mattina. Purtroppo quest’ultima è una realtà che proprio in questi mesi si sta creando in alcuni Enti, come il CNR che sta improvvisamente decidendo di introdurre vincoli di questo tipo senza che sia chiaro se saranno previsti dei “paracadute” per coloro che si trovano a ridosso o hanno già superato i 4 anni.

2) Diritti sociali: i contratti precari devono essere rispettosi dei più elementari diritti del lavoro (ferie, malattia, copertura anti-infortunistica, pagamento dei contributi, maternità…). Attualmente questi diritti sono riconosciuti solo ai ricercatori con contratto a Tempo Determinato, di qui la proposta di consentire solo questa forma contrattuale. Però, allo stato attuale questa proposta va presa con le molle sempre per via della grave situazione pregressa. Infatti la legislazione attuale pone un vincolo di durata massima ai contratti da ricercatore a T.D. e se questi diventassero l’unica possibile forma contrattuale precaria si ricreerebbe il problema dell’enorme licenziamento di massa evidenziato alla fine del punto precedente (pare che, sempre al CNR, si stia attualmente creando un problema di questo tipo). Più in generale perciò per ora bisognerebbe limitarsi a parlare di riconoscimento dei fondamentali diritti del lavoro per tutte le forme contrattuali precarie o, meglio ancora, di trasformazione dei rapporti parasubordinati in rapporti subordinati. In prospettiva e a regime si può pensare a 3 anni di dottorato + 4 di ricercatore a T.D. oppure 4 anni di ricercatore T.D. e 3 di assegno di ricerca partendo da subito dopo la laurea.

3) Ricerca e impresa: almeno per quanto riguarda le facoltà scientifiche e ingegneristiche, dove peraltro si concentra molta parte del precariato, l’Italia paga le conseguenze di un sistema industriale poco proteso all’innovazione, che non sa utilizzare la professionalità acquisita in campo universitario perché non punta a produzioni a elevato contenuto tecnologico. L’esempio della chimica nel Lazio è paradigmatico: le provincie di Latina a Frosinone sono piene di industrie chimiche, ma pochissime fanno ricerca e sono interessate all’assunzione di lavoratori con il dottorato di ricerca o con qualche anno di esperienza di ricerca universitaria alle spalle. La maggior parte fanno solo produzione e usano i chimici per i controlli di
qualità; in questa ottica preferiranno sempre un 22-23enne con la laurea breve e le competenze sufficienti per le analisi piuttosto che un 30enne altamente specializzato, ma con competenze per loro inutili. Questa situazione ha gravi conseguenze sull’università, perché mentre il post-doc olandese viene assunto dalla Philips a 5000 euro al mese, il post-doc italiano non ha di fatto alternative alla carriera universitaria. Allora se si pensa di tenere le persone fino a 30 anni all’interno della ricerca pubblica e poi selezionare  solo alcuni di essi, è importante porsi il problema degli sbocchi lavorativi degli altri. In quest’ottica bisognerebbe pensare ad agevolazioni e sgravi fiscali per le aziende che assumono lavoratori con elevata specializzazione universitaria e alla costituzione all’interno degli atenei di uffici specializzati nell’inserimento di queste figure nel mondo del lavoro privato. Questo, tra l’altro, favorirebbe il travaso di competenze dalle università alle aziende e stimolerebbe la ricerca e l’innovazione nel settore privato, con conseguenze positive sulla competitività italiana e sulle prospettive occupazionali e i livelli retributivi di tutte le categorie di lavoratori. Ricorderei peraltro che il basso rapporto investimenti in ricerca su P.I.L. in Italia è dovuto prevalentemente all’assenza di investimenti privati, per cui per rientrare nei parametri europei è essenziale favorire la creazione di settori Ricerca e Sviluppo nelle aziende italiane.

4) Precarietà e lavoro: il lavoro precario non deve essere utilizzato per evitare assunzioni, perciò le attività istituzionali negli enti e nelle università non devono essere affidate a lavoratori precari. Se una facoltà non riesce a coprire tutti i corsi, deve assumere stabilmente le unità di personale necessarie. È inoltre essenziale intervenire sulla concorrenza fra outsider (precari) e insider (strutturati) per l’utilizzo delle risorse disponibili. Occorre pensare a un meccanismo che combatta le piramidi rovesciate impedendo che gli insider, in virtù del maggior peso contrattuale, finiscano per dirottare la maggior parte delle risorse verso i concorsi da associato e ordinario a scapito del reclutamento. In una riunione della R.N.R.P. è stata proposta la reintroduzione della pianta organica (il numero di ordinari, associati e ricercatori per ogni S.S.D. in ogni ateneo non può scostarsi troppo da un rapporto fissato per legge, come avveniva fino al 1994), ma l’idea era
sembrata difficile da portare avanti perché avrebbe incontrato forti opposizioni. Infine occorre sancire il diritto dei ricercatori precari all’assegnazione di fondi e strutture a tutti i livelli (di ateneo, nazionale e internazionale).

5) Stabilizzazioni e Reclutamento straordinario: i provvedimenti fin qui ipotizzati potrebbero essere utili a risolvere la questione dei futuri precari. Occorre però dare una risposta anche ai circa 60.000 precari
pregressi. In questo senso occorre dare subito seguito a un massiccio reclutamento straordinario (almeno 4-5.000 concorsi l’anno per ricercatore) a cui va affiancata anche un processo serio di stabilizzazioni, che non vuol dire una Ope Legis che non sarebbe utile e che gli stessi precari non chiedono, quanto piuttosto individuare criteri rigidi in termini di curriculum, anni di precarietà, qualità scientifica della produzione e esperienza didattica che se valutati positivamente possano consentire l’immediato ingresso in ruolo.

Già è in programma un incontro per il dopo-elezioni con FLC-CGIL e esponenti della RNRP per elaborare insieme progetti di legge che diano sostanza politica a queste proposte

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Fabio de Nardis
Direzione Nazionale Prc-Se
Dipartimento Università e Ricerca
Viale del Policlinico 131 – 00161 Roma
Tel: 06 44182290 – 06 44182416
Fax: 06 44182641 – Cell: 339 3622420
blog: http://www.fabiodenardis.splinder.com
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20 Responses to Messaggio e proposte inviate da Rifondazione Comunista (ossia Fabio De Nardis)

  1. stonedresearcher ha detto:

    Qualche considerazione:

    Quando Fabio De Nardis parla di RNRP parla essenzialmente di numerosi precari di Roma, in altre sedi esiste una posizione molto critica rispetto al dialogo dei ricercatori precari e della RNRP con i partiti. Posizione recentemente espressa in mailing list nazionale da esponenti RNRP di Firenze e Ferrara.

    Seconda considerazione…più importante

    Caro Fabio

    la situazione è molto più drammatica…non ci sono meccanismi automatici di copertura dei periodi senza contratto.

    Personalemtne ho 38 anni una specializzazione, un dottorato, due assegni biennali….una quarantina di lavori fra nazionali ed internazionali, una decina di contratti di insegnamento per materie di base, sono conosciuto da molti ric eprof internazionali.

    Da Febbraio 2008 non percepisco più assegno, la Facoltà non ha fondi, i concorsi da ricercatore sono pochissimi se li litigano fra Baroni, attualmente io so fare solo questo lavoro ricerca e insegnamento…faccio centinaia di esami all’anno e sostanzialmente mi pagano ad ore meno di una p…..a (30 euro ora di lezione) per un corso di 30 ore mi mandano gli studenti di due corsi (due piccioni con una fava)….

    Il programma vostro non tiene in considerazione il fatto che noi precari siamo anche vittime di periodi senza stipendio o con stipendi da fame pur avendo una altissima formazione e svolgendo un compito che dovrebbe essere fra i meglio retribuiti in un paese moderno (e civile).

    Che vi serve un usciere alla sede di Rif Com?

    Ciao

    Stoned (Shinealightthemovie)

  2. 10annidiprecariato ha detto:

    …lo so, caro stoned, anche a me è capitato di lavorare un anno e mezzo senza contratto e senza retribuzione… ma come fa il legislatore a prendere in considerazione anche queste ipotesi? Chiaramente occorrerebbe una graduazione di posizioni, ma documentate da contratti, assegni, concorsi, dottorati… altrimenti è il caos!

  3. Miriam ha detto:

    Bene. Ottime proposte. Ma sarebbe stato meglio se avessero pensato a noi quando erano al governo.

  4. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Anche il mio giudizio è più che positivo. Ora speriamo nei progetti di legge.

    Mi sembra che il punto 4 del post risponda adeguatamente a stonedresearcher: l’università non può sfruttare i precari come fanno le aziende col lavoro nero. Io poi sono sempre dell’idea di separare ricerca e insegnamento: richiedono abilità e competenze differenti.

    La reintroduzione della pianta organica mi sembra un’ottima idea.
    Non possiamo rinunciarvi solo per il timore di forti opposizioni. Se vogliamo combattere l’attuale sistema di baronato, da qualche parte bisogna cominciare.

    Per quanto riguarda il dialogo continuo (e critico) con i partiti, io sono decisamente a favore. Cullarsi nella disillusione non serve a niente. Guardiamo ad esempio gli interventi di De Nardis (scusa se ti uso come esempio) prima e dopo il dialogo con RNRP. E’ innegabile che ci sia stato un netto miglioramento, almeno a parole!

  5. ma quali ottime proposte…

    è tutto un “bisognerebbe…” blah blah… di una banalità sconcertante…
    fondamentalmente è l’elenco dei sintomi che ha l’università italiana, ma
    di riforme nuove non ne vedo… siamo a ncora a parlare di stabilizzazioni…

    questa è la ricetta del perfetto conservatore…
    innumerevoli chiacchiere e zero sostanza:
    Infatti ci vorrebbero svariati milioni di euro per fare
    quanto sopra…. ed il bello è che anche se venissero trovati,
    dopo un breve periodo ritornerebbe tutto come era.

    Caro de Nardis… la ricerca è x definizione globale….
    le riviste e le conferenze non a caso iniziano con un “international journal…”
    quindi o si compete ad armi pari cambiando modello, oppure si affonda.

  6. Paola ha detto:

    Stoned, scusa, ma che aspetti a trasferirti all’estero?

  7. ricky ha detto:

    Questa cosa di trasferirsi all’estero certe volte mi fa incazzare. Ma che vi credete che in tutti gli ambiti discipliari “all’estero” ci sono i soldi che ci sono sono in chimica, fisica o scienze-biotecnologiche o altro…

    Io mi occupo di filosofia e all’estero i soldi sono pochi. Quindi all’estero non ci posso andare senza prima metterceli io (e non li ho….

    E smettiamola con questo provincialismo esterofilo. L’estero non è una culla che accoglie tutti. Nel mio settore (come in molti altri) i soldi sono pochi e la concorrenza altissima, c’è un intero mondo che vuole andare all’estero (che in linea di massima significa sempre 4 o 5 paesi non di più…

    E se poi uno ha moglie e figli? che fa?! o semplicemente se non vuole andare ad infognarsi in una piccola università pubblica della provincia americana (mica ci sono sono princeton e harvard…

    Mi sa che chi straparla dell’estero all’estero c’è stato solo da studente

  8. Paola ha detto:

    Caro Ricky, io personalmente mi occupo di sociologia (quindi di una disciplina poco finananziata come la filosofia e in più, a differenza delle filosofia, nella quale nel panorama internazionale l’Italia è meno che inesistente), vivo in una carissima città con un assegno di ricerca in perenne scadenza, e non sono ancora partita ma conto di farlo entro il 2008. E quello a cui sto puntando è precisamente un *lavoro* in un piccola università della provincia, non americana ma canadese, visto che se devo scegliermi un Paese in cui vivere (e non solo lavorare) preferisco il secondo. La mia decisione è maturata da poco, e la molla non è stata la ricerca dell’eccellenza scientifica ma semplicemente quella di una vita dignitosa in un Paese normale. Io non ho marito e figli, e tra l’altro sono sicura che se continuerò a restare in Italia potrò assai difficilmente permettermi l’uno e gli altri. Cordialmente.

  9. ricky ha detto:

    non era per polemizzare con te Paola,

    è che questa cosa dell’estero me la sento ripetere troppo spesso e spesso come a dire che “se non vai all’estero è perché evidentemente sei una pippa”. Invece l’estero è solo l’ennesimo modo per prenderci in giro.

    Se uno decide di andarsene dall’Italia e ci riesce facendo una vita più dignitosa di quella che si fa qui buon per lui, ma il non adare all’estero sembra quasi che sia diventato un attestato di mediocrità in questo paese. Assurdo!!!!

    Ripeto, andare all’estero non è sempre possibile. Soprattutto per chi i soldi non li ha e/o magari ha già una famiglia e/o non è legato ad un settore mainstream. Se hai 25 anni è una cosa, ne hai 35 è un altra…

    E comuque in bocca al lupo paola, mi sa che il canada è un paese bellissimo!!!

  10. Fabio de Nardis ha detto:

    Care amiche e amici (e cara Paola, che sento essere sociologa e quindi le mando un saluto ancora più affettuoso). Solo una precisazione. Alla fine del documento è scritto che è già in programma un incontro con Cgil e RNRP. Questo è naturalmente un auspicio. Con la Cgil non ci sono propblemi, quanto alla RNRP i nostri incontri non potranno che svolgersi con ricercatori precari che si riconoscono nel network ma che parlano in sostanza a titolo personale. In realtà, finché la RNRP non si doterà di una struttura, nessuno credo possa parlare a suo nome. Solo perché, da studioso di partecipazione e movimenti sociali, so bene che i network informali sono precari essi stessi, e non vorrei che la mia disponibilità possa avere l’effetto indesiderato di produrre spaccature tra di voi. Il vostro contributo è molto importante così come è importante che manteniate gelosamente la vostra autonomia politica. Però se vi dotaste di un minimo di organizzazione, come fanno i docenti strutturati o i dottorandi, forse sareste anche in grado di agire con maggiore compattezza. Ma questa è solo un’idea di un esterno.
    Quanto al documento che vi propongo e che tranne in pochi casi mi sembra essere stato più o meno apprezzato, rappresenta al momento la posizione ufficiale del PRC, ma mi adopererò già domani affinché sia firmato dai responsabili di settore di SD, PdCI, e Verdi. E’ evidente che si tratta di un profilo programmatico, ma mi impegno con quanti di voi saranno disponibili a tradurli in progetti di legge subito dopo le elezioni.
    Il confronto con voi, malgrado le tensioni iniziali, è stato molto utile, di questo vi sono grato.
    F.

  11. Fabio de Nardis ha detto:

    PS: solo una richeistina: sarebbe possibile formattare meglio il testo? L’impaginazione è un po’ sballata e questo forse rischierebbe di complicare la lettura. Grazie ancora, Fabio

  12. arioprecario ha detto:

    ho sistemato alla meglio il layout e mi sono permesso di sostituire al termine “rappresentanti” della RNRP utilizzato da De Nardis il termine più corretto di “esponenti” nell’ultima frase.

    Spero di aver colto il senso del suo intervento nel blog.

  13. mi spiegate dove sarebbe l’innovazione in questa proposta?
    dove sarebbe il punto di discontinuità col passato?

    mah!…
    Secondo me siete destinati all’oblio

  14. Stefania ha detto:

    Le innovazioni sarebbero molte (limitazione temporale del precariato, riconoscimento dei diritti del lavoro ai contratti precari, defiscalizzazione per le imprese che assumono personale con specializzazione nella ricerca, piante organiche per evitare le autopromozioni…) il problema è trovare un consenso ampio. A parole saranno disponibili tutti, ma nei fatti?

  15. Stefania Dice:
    6 Aprile 2008 alle 6:39 pm
    “[…] A parole saranno disponibili tutti, ma nei fatti?”

    Appunto….
    se sai che nei fatti non porterà nessun beneficio…
    che senso ha, ostinarsi a seguire un rigore cosi bello sulla carta
    ma inattuabile nella pratica?

    tu sai, tutti sanno (anche de Nardis) che quelle proposte non porteranno
    mai a niente…

    Ma la cosa che + mi meraviglia è che forse tra max un decennio saremo
    costretti a passare a modelli anglosassoni per università e ricerca…

    I temi interessanti che discute la sinistra arcobaleno non sono +
    adatti a risolvere i pb di una nazione, ma sono adatti per proporre un nuovo
    modello di sviluppo a livello mondiale. Quindi certe proposte le potrebbero
    ad esempio portare al parlamento europeo al g8 all’onu etc….

  16. simone ha detto:

    il fatto è, caro rivoluzioneitalia, che tu dai per scontato che in un paese come l’italia sia più semplice passare ad un modello anglosassone che attuare riforme come quelle di de nardis.

    E poi a quale modello anglosassone ti riferisci? gli usa delle università private, gli usa di quelle statali, la gran bretagna o il canada, l’australia… tutti modelli molto diversi.

    Io sarei, per dirla tutta, per un modello inglese che mi sembra un buon incontro tra gli Usa e il vecchio continente. E forse anche un modello più applicabile per l’italia con qualche modifica.

  17. ricercatore progressista ha detto:

    a proposito della necessità di dialogare con i rappresentanti dei partiti.

    Io sono favorevole: che abbiamo da perderci? L’importarnte è conservare l’autonomia d’azione e di pensiero.

    But..

    sarò un vetero-movimentista ma rimango persuaso dell’attualità della discriminante anti-fascista: nessun dialogo con chi ha nelle proprie liste fascisti dichiarati come Ciarrapico, Mussolini nel PDL. Mi fanno solo ribrezzo. Grave errore da parte dei Chimici di Roma aver invitato l’alleato nazionale Valditara.

  18. di semplice non c’è nulla…

    e non è una questione tecnica su quale sia il modello anglosassone migliore,
    l’importante è che sia in quella direnzione…
    il punto è far vedere che c’è una discontinuità culturale con quella
    classe dirigente che ormai tende a riprodursi ed a salvaguardare se stessa.

  19. Bombadillo ha detto:

    Cari amici,
    io credo che l’unico dialogo con i partiti utile A NOI sia quello con chi ha la possibilità pratica di porre in essere le sue proposte. E cioè, in questa fase, il Pd o il PDL. Mentre, dopo le elezioni, dovremo dialogare con chi, dei due, avrà vinto (o con entrambi, nell’ipotesi del Veltrusconi). Inoltre, mi pare quasi che si stia dimenticando che la SA è stata al governo per due anni, con tanto di Ministro dell’Università, e non è riuscita a cambiare nulla (a meno di miracoli in estremis). Conseguentemente, mi sembra un interlucutore, non solo privo di possibilità, ma anche – il che è peggio – di credibilità; nè può riconoscersi valore a certe strumentali distinzioni, all’interno della SA, che servono solo a far finta di non essere stati al governo.
    Passando a qualcosa di più personale, io credo che quando si è raggiunta una certa età, ed una data professionalità,non è più possibile accettare periodi di volontaria assistenza, tra un contratto ed un altro. Bisognerebbe avere il coraggio di andarsene. Mi rendo conto che è una scelta difficile, ma spesso le quelle davvero giuste lo sono.
    Siccome, poi, siamo nella stessa barca, mi permetto di invitare – prima me stesso, e, dopo, tutti gli altri – ad avere sia senso pratico, che coraggio
    Un saluto a tutti.

  20. […] Non ci era mai capitato, tuttavia, di diventare un caso in un settimanale a larga distribuzione nazionale. Panorama. Che il 15 gennaio ha riportato parte di un capitolo del volume dal titolo Un paese di baroni nel quale gli autori, Davide Carlucci e  Antonio Castaldo, riportano parte del confronto aspro avuto dai partecipanti al Blog con Fabio De Nardis, responsabile nazionale università e ricerca di Rifondazione Comunista. Purtroppo riportandone la parte meno significativa, largamente minoritaria, e più odiosa: quella della polemica personale. Già, noi eravamo ad accapigliarci con De Nardis sulle non-politiche del governo Prodi, sull’assenza di un programma in Rifondazione convincente, sulla ricerca e la didattica universitarie. Ed invece – noi ingenui – il problema era un altro: De Nardis è ricercatore, è figlio d’arte, ed è pure ”comunista” e quindi…. ecco dimostrato come il baronato di sinistra difende l’esistente e si autorigenera familisticamente nell’Università italiana (fortuna che c’è la Gelmini….). Poco importa che De Nardis sia tra i pochi esponenti di partito che hanno cercato il dialogo e il confronto con noi, peraltro esponendosi pubblicamente sul nostro blog più di una volta, e che sia entrato con noi nel merito delle proposte politiche. Meno ancora importa che dal blog, proprio nel dibattito con De Nardis, qualche piccola proposta di riforma sia venuta fuori. […]

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