PER UN CALDO SETTEMBRE PRECARIO

Riceviamo e  pubblichiamo una lettera aperta di tre colleghi “storici” che nelle varie mailing list ha già (in breve tempo) sollevato discussioni e riflessioni (utili); si tratta inoltre di un invito alla partecipazione per i ricercatori precari romani di università ed enti.

E così siamo arrivati alla fine.

Entro l’estate la privatizzazione dell’Università sarà legge dello Stato.

Più di un decennio di tagli, interventi furbescamente disegnati per compiere piccoli passi verso un’università privata ma soprattutto drasticamente ridimensionata e ora arrivano loro. In un colpo solo Tremonti realizza quello che fu il sogno di Modica, Berlinguer e tanti altri (Mussi ci rifiutiamo anche di citarlo): fondazioni, cooptazione di “diritto privato”, drastico disimpegno economico dello stato centrale ben visibile nella decurtazione prevista per il FFO. E per la scuola le cose non vanno meglio, il “Piano triennale” (per fortuna non ancora quinquennale) prevede tagli del personale (ovvero di teste precarie) per più del 20% degli organici.

Nessun problema, spiegavano gli entusiasti del nuovo: davanti a noi intere foreste fatte di alberi sui quali cresce denaro privato attendono solo il barone (o magari il geniale ricercatore che fa innovazione e sviluppo) di turno per essere raccolto. E tutto andrà bene. In molti dentro le nostre università hanno pensato che si trattasse solo di far passare a’ nuttata, che sarebbe stato possibile cavarsela con i soliti opportunismi, invocando trasparenza e autonomia sui giornali e continuando a curare il proprio “particulare”.

Peccato che ora si scopre che senza il denaro pubblico l’università si ritroverà in un deserto fatto di privati che non hanno mai investito un euro in una ricerca (che non sia marketing), un deserto reso in prospettiva sempre più arido da una crisi economica di cui per il momento si prevedono solo peggioramenti.

Cosa significa tutto questo per i precari?

DECIMAZIONE.

Di posti e di diritti, come la norma “ammazzaprecari” prevista nella superfinanziaria.

Ma sarà così per tutti: per gli studenti, che inevitabilmente vedranno le tasse di iscrizione lievitare ben oltre i livelli della nostra cara inflazione da petrolio, per i baroni, che del loro stipendio non si accontentano mai, e per lo stesso personale tecnico-amministrativo, minacciato di decurtazioni salariali senza precedenti.

A settembre privatizzazione e tagli a salari e personale saranno GIA’ LEGGE e la nostra battaglia dovrà essere capace di durare nel tempo. Occorre quindi non solo bloccare le trasformazioni in Fondazioni università per università ma anche lottare per una “ripubblicizzazione” dell’intero sistema educativo nazionale. I nostri cari baroni sono avvertiti: abbiamo capito che per sopravvivere i precari non possono permettersi alcun compromesso, con la loro gestione clientelare, semiprivatistica e soprattutto oramai grottescamente autoreferenziale.

Pur consapevoli della necessità della creazione di un fronte unitario contro i provvedimenti del governo, rimaniamo convinti che, senza una rottura netta con il passato, di scuola e università resteranno solo macerie. Macerie che si aggiungono a quelle della Costituzione della Repubblica e dei suoi principi.

Domandiamoci come sia possibile che gli italiani assistano con indifferenza alla fine, per la grande maggioranza di loro, della possibilità di accedere a un’istruzione degna di questo nome. Domandiamocelo, perché è a loro che dovremo chiedere i soldi per finanziare i nostri contratti.

In questa fine di luglio molte parole sono state spese da tutti i principali responsabili di questa situazione: baroni privatizzatori ma anche sindacati compiacenti. Parole di fuoco, che annunciano grandi mobilitazioni per settembre. I precari hanno però vissuto sulla loro pelle le conseguenze delle continue bugie dei rettori e guardano con preoccupazione a un sindacato confederale che, di fronte a un attacco senza precedenti a tutto il pubblico impiego e allo stato sociale, non convoca scioperi e anzi prosegue le trattative sullo smantellamento dei contratti nazionali.

Per queste ragioni sosteniamo l’annunciato blocco dell’inizio dell’anno accademico e ci impegnamo a mobilitarci e a vegliare sulla sua effettiva realizzazione. Per queste ragioni sosterremo tutte le mobilitazioni del personale tecnico-amministrativo e ci impegnamo a dare il nostro contributo perché esse siano solo l’inizio di una grande mobilitazione in tutta la funzione pubblica, scuola in particolare. Per queste ragioni sosterremo le mobilitazioni degli studenti, insieme ai precari vittime principali dello sciagurato Tremonti.

NON C’E’ PIU’ TEMPO DA PERDERE!

Invitiamo i precari delle università romane a incontrarsi nei primi giorni di settembre, anche qui alla Sapienza, per costruire un calendario delle iniziative. I precari devono cominciare a costruire la loro mobilitazione con chiunque abbia a cuore non il mantenimento dello status quo bensì lo sorti dell’università, della ricerca e dell’istruzione pubbliche.

E SE FOSSE SOLO L’INIZIO?

Andrea Baldassarri (andrea.baldassarri@gmail.com)

Luca Leuzzi (luca.leuzzi@gmail.com)

Luca Tomassini (ltomassini@gmail.com)

Roma, 29 Luglio 2008

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61 Responses to PER UN CALDO SETTEMBRE PRECARIO

  1. France ha detto:

    D: Com’e’ possibile che gli italiani assistano con idifferenza alla fine della possibilita’ di accedere a un’istruzione degna di questo nome?
    R: Per gli italiani l’istruzione non e’ piu’ un valore. Chi ha piu’ di 65 anni (il 20% della popolazione) non intuisce la gavita’ della situazione: i pensionati italiani riescono a sopravvivere, bene o male, che glie ne puo’ fregare dell’Universita’? Chi e’ in eta’ lavorativa vede solo diminuire le proprie entrate finanziarie a fronte di uno stato sociale che assorbe ma non realizza. E sono gli stessi capid’azienda che non investono in ricerca dagli anni Sessanta. Chi un lavoro non ce l’ha, medita segretamente la fuga, la guerra generazionale, o la botta di culo. Chi studia, ormai c’e’, in qualche modo finira’. Chi ha meno di 18 anni, son cavoli suoi, ma tanto non vota…

  2. paolo ha detto:

    In Italia ogni anno lo Stato omette di incassare 200 miliardi di evasione fiscale con cui si potrebbe finanziare la ricerca e gli Atenei. Cosa fanno i precari? Cosa fanno i magistrati contro questo reato?

  3. France ha detto:

    Oppure ci si potrebbe risanare Alitalia. O restaurare Villa Adriana. O recuperare l’Isola di Pianosa. O abbassare l’IRPEF. O costruire il Ponte sullo Stretto. O candidare Roma alle Olimpiadi. O ospitare gli Europei di calcio. La volonta’ politica decide la destinazione dei fondi, che essi siano molti o pochi. Perche’ dellla lotta all’evasione dovrebbe beneficiare solo la ricerca? A meno che i ric precari non si dedichino personalmente alla lotta all’evasione, il che li renderebbe piu’ meritevoli di ottenerne i frutti.
    Basta, please, cosi’ come basta E’ UN GOVERNO CONTRO I GIOVANI… MAI PIU’ VOTI etc…Gli slogan scriveteveli sul vostro blog.

  4. Mattia ha detto:

    Scusate, ma esiste una mezza forza politica che appoggerebbe questo appello?
    Senza forza politica e cercando solo di legare con gli amministrativi sfruttandone il sindacato relativamente forte, non si va lontano.
    L’universita’ la si blocca con gli studenti.

  5. cervantes ha detto:

    Per ciò che riguarda le operazioni di protesta o blocco da portare avanti da Settembre certamente l’ apporto degli studenti come massa e come movimento sarebbe importante ma lo si deve trovare sul campo a partire dalle istanze che noi precari proporremo e che sono ben note.
    Mi ripeto ma secondo me dobbiamo rimanere non politicizzati per evitare le immediate strumentalizzazioni e banalizzazioni delle nostre azioni. Se qualche convergenza ci sarà dovrà verificarsi sul territorio e sui fatti ma non dobbiamo essere noi ad andarcela a cercare.
    Credetemi, non vedono l’ ora di darci dei facinorosi comunisti o anarchici o no-global ecc…ecc… demolendo così la grande forza di base dei nostri diritti e dei nostri argomenti a loro già indigesti.
    Noi siamo e ci definiamo RICERCATORI PRECARI.

  6. Marco ha detto:

    Ma scusate, che senso fare i precari in Italia? Anziche’ perdere tempo a stramaledire il governo, emigrate all’estero come ho fatto io. In Germania sono ricercatore non precario e ben pagato. C’e’ posto per molti altri qui, cosa state aspettando? E’ meglio andarsene che maledire l’oscurita’!

  7. antonio ha detto:

    come funzione nel resto del modo? Ogni dipartimento ha un capo che può assumere mediante chiamata diretta, sulla base del solo curriculum e delle sole pubblicazioni con una intervista del tipo:”su che cosa fai ricerca? quali sono i tuoi lavori?, che cosa hai voluto dimostrare con queste ricerche e pubblicazioni? mi puoi essere utile perchè penso che tu sia una persona affidabile, che lavora tanto e che mi potrà far avere fondi dallo Stato? SI!, allora ti assumo come ricercatore per 3/5 anni con la possibilità di confermarti a t. indeterminato se mi piaci.
    Con questo sistema ho visto numerosi ricercatori e docenti trasferirsi per volontà loro, perchè un’altra università o ente di ricerca offriva loro di più, lasciando il vecchio posto ad altri. In Italia non è cosi, perche non c’è chi ti assume nel modo sopra descritto. Non essendoci chi si assume la responsabilità nell’assumerti, non si ha interesse a prendere il migliore. Lasciamo pure l’università come ente pubblico, ma se non mettiamo criteri di cui sopra (che si rifanno allo stile azienda), non avremo mai interesse a prendere i migliori.

  8. France ha detto:

    Di che stiamo parlando, ancora? Qui ci sono solo due cose da fare: creare l’associazione, e decidere come fare piu’ casino possibile (vendere cara la pelle). Il resto sono chiacchiere!

  9. antonio ha detto:

    O si lascia l’università come ente pubblico ma con criteri aziendali che sopra specificavo, oppure, visto che la situazione non si risolve (da 30 anni), allora è meglio ma molto meglio privatizzare! anche per dare una scossa……
    Non vedo altre soluzioni. Fare casino è inutile! Si potrebbero proporre al Ministro quei criteri di cui parlavo nel precedente intervento (libertò di chimata diretta con responsabilità del capo di dipartimento), altrimenti privatizziamo e vediamo quello che succede….tanto peggio di così…..

  10. paolo ha detto:

    Ho letto sul sito di cattivo maestro che per il reclutamento straordinario del 2008 ci sono 20 milioni di euro ( e 20 di cofinanziamento ) Ogni nuovo ricercatore costa 50.000 euro all´ateneo. Ma 40 milioni diviso 50.000 = 800 posti (come mai si parla di 1050 posti allora?)

  11. Bombadillo ha detto:

    Caro antonio, senza polemica, ma la tua giusta indicazione arriva davvero molto in ritardo. Abiamo già proposto al Ministro quello che tu dici, ovverosia la “cooptazione responsabile”. E l’abbiamo fatto forti di più di mille firme – di ricercatori precari, ma anche di struturati di tutti i livelli – raccolte in pochissimo tempo, anche da prestigiose università straniere.

    Ora che non ci hanno ascoltato minimamente (proponevam anche una riforma molto più semplice, in prima battuta, che è stata comunque negletta) rimane solo da fondare l’APRI: Associazione Precari della Ricerca Italiani.

    Di cui, secondo me, se vuole potrebbe fare parte pure France. Se poi, giustamente, non può partecipare ad alcune “operazioni”, su quelle si astiene; ma sui documenti programmatici può votare benissimo, come, del resato, ha firmato/votato per la petizione.

    Io vado in vacanza. Un saluto a tutti. Mi ricollegherò il primo di settembre. E speriamo bene..

  12. antonio ha detto:

    Mi fa piacere che li mie idee siano state oggetto di proposta in passato e quindi condivise da altre.
    Un altro quesito sarebbe opportuno sollevare:perchè in Italia il concorso da ricercatore è unanimemente considerato molto più difficile (2 prove scritte + una orale) del concorso da professore associato o ordinario? Per questi ultimi 2 si chiedono soltano i titoli e nell’assoc. anche svolgere una lezione.
    E’ esattamente come se fosse più difficile avere l’opporunità di giocare (nel calcio) in serie D che in serie A.
    Al Ministro si porebbe allora chiedere: “saprebbe spiegarmi le ragioni di questo paradosso?”

  13. Gio ha detto:

    La risposta e’ molto semplice: perche’ esiste una generazione (la nostra) che e’ stata SCHIAVIZZATA.
    Il problema, caro Antonio, e’ generazionale. E il governo attualmente in carica e’, in questo senso, un governo schiavista.

  14. France ha detto:

    Invece il governo in carica l’anno scorso era un governo abolizionista…
    Comunque credo che la prova orale, sia, in definitiva, quella piu’ importante oggigiorno. Anche per fare il ministro

  15. arioprecario ha detto:

    Audizione della Gelmini alla Camera, da Repubblica

    […] Rispondendo a una domanda nel corso dell’audizione, Gelmini ha aggiunto che i conservatori in Italia sono un numero eccessivo: “Settanta sono troppi, dobbiamo selezionarne solo alcuni. Degli altri, se proprio vorranno, se ne occuperanno gli enti locali”, ha annunciato Gelmini. Ipotesi che ha suscitato la forte contrarietà dei deputati del Pd presenti in commissione: “Ci chiediamo se sia stata una svista dovuta a una risposta non preparata, ‘a braccio’ o se invece siamo di fronte a una grave superficialità”.

  16. France ha detto:

    Ne’ l’uno, ne’ l’altro: e’ un disegno chiaro e per niente superficiale. Lo Stato va rottamato, privatizzato e dimenticato.

  17. carlo (con la minuscola) ha detto:

    France, non sono d’accordo. Ora dirò qualcosa che mi renderà estremamente impopolare.

    Tagliare fondi a ricerca, università, conservatori, scuole, etc. è sbagliato.

    Chiudere qualche università e qualche conservatorio invece è d’obbligo. In Italia ci sono troppi conservatori (così come ci sono troppe università, troppi aereoporti, troppi ministri, etc.): otto in Emilia, sette in Lombardia, sei in Veneto, … Esattamente abbiamo 58 conservatori e 21 istituti pareggiati (dati 2007). C’è in media un conservatorio ogni 35 km di raggio (comprese le catene montuose). Per le università si parla di 18 km di raggio (http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/06/25/lagenzia-che-non-e-mai-nata-e-forse-non-nascera-mai/#comment-2548).
    Qual’è lo scopo, evitare che gli studenti si allontanino troppo da casa?

    Pensate che La Sapienza ha oltre 200 sedi sparse in Italia, e 37 corsi di laurea con un solo studente (http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/12_Dicembre/27/stella.shtml). E’ assurdo pensare che questo sistema possa funzionare.

  18. @carlo

    non servono regole statiche e centralizzate,
    ma regole dinamiche e distribuite.

  19. antonio ha detto:

    Apprezzo i vostri interventi, mi aiutano a caipre meglio.
    Le regole, tuttavia, andrebbero interpretate.
    Il procedimento di interpretazione deve essere fatto, raccomanda più volte la Corte Costituzionale, secondo il principio della ragionevolezza.
    Secondo voi e secondo il Ministro c’è ragionevolezza nell’ordinamento universitario nel quale, come dicevo, il primo step (ricercatore) è pressochè impossibile mentre i successivi (proff. – e quindi il doppio ed il triplo di stipendio, molto più potere e possibilità di essere eletti nelle varie cariche) sono raggiungibili in maniera facile e ridicola?
    E’ come, facendo un altro esempio, per arrivare dalla Stazione Termini all’aereoporto di Fumicino dovessi spendere 5000 euro e per andare a New York con l’aereo soltanto
    5 euro.
    Ragionevolezza vorrebbe che sia molto più raggiungibile un posto da ricercatore e, piano piano se uno vuole, con sforzi sempre più grandi, potrebbe ambire agli steps successivi (associato ed ordinario), che richiedano impegni maggiori.
    Il Ministro deve spiegare. E’ anche avvocato, e molto intelligente e sicuramente sa che la ragionevolezza sta alla base del nostro ordinamento giridico (ma non universitario).

  20. France ha detto:

    carlo, hai ragione da vendere. (e allora vendila, direbbe Bergonzoni). Ma il gogogogogogoverno, al solito, parte dall’emergenza per finire ai cazzi suoi. Che sono 1)Raggranellare sghei per abbassare le tasse ai poveri lumbard 2)Mettere a cuccia i pericolosi comunisti che hanno in mano la sanita’, la scuola, la Rai, Mediaset, Forza Italia e persino i capelli di Berlusconi 3) Farci su due soldi loro, in privato, e gli amici e confessori. La riforma di cui parli tu, sacrosanta, quella di cui palra NAntonio, meritoria, sono i coniglietti rosa del paese di Bengodi, che ci sogniamol solo noi. A loro non glie ne po’ frega’ de meno….

  21. Pierluigi ha detto:

    Ho letto con attenzione tutti i post e le proposte di ognuno. Mi sono chiesto perchè noi precari (io sono uno dei tanti dottorandi, a fine ciclo, che non vede un futuro per la ricerca se non all’estero) non dovremmo, come ho letto, partecipare alla vita politica del paese, avendo una nostra specifica identità politica (magari ci fosse un partito dei precari, ma forse è solo un sogno). Mi sono anche chiesto perchè dobbiamo avere il supporto del corpo docente per far valere le nostre rivendicazioni. Io credo e, forse sbaglio, che in molte università italiane il lavoro che svolgiamo (seguire tesi, sostituire il docente per qualche lezione, fare gli esami) sia così vitale che abbiamo un “potere” di cui forse non ci rendiamo conto. Voglio vedere cosa farebbero gli ordinari di fronte a 100 studenti a sessione d’esame senza il nostro aiuto.
    Purtroppo, penso anche che, come qualcuno ha scritto, dopo di noi ci sono 100 1000 10000 laureati che si sono innamorati della ricerca e credono che, in fondo, si potrebbe anche tentare la carriera universitaria, nonostante quello che si dice in giro.
    Mi convinco sempre di più che l’unica soluzione è quella dello “sciopero unitario”, determinato e senza preavviso, ma dentro le facoltà. Uno sciopero che impedisca al sistema di riorganizzarsi per tempo. Dato il tipo di azione (che è anche politica) capisco il timore di molti di essere tagliati fuori dagli stessi “professori” con cui si collaborava, dato che si sentiranno “traditi” ma, insomma, le nostre aspettative non sono state tradite ben oltre ogni limite? Non siamo stati sfruttati abbastanza? Io ho fatto il dottorato senza borsa, ho guadagnato qualcosa con qualche progetto e aspetto dall’università un pagamento da un anno e mezzo, ma penso che ci sia anche chi sta peggio di me. Sono stanco di scrivere e sono demotivato. Cosa abbiamo da perdere?
    Qualsiasi concorso è un incubo, umiliante e frustrante. Cazzo, io ho una laurea, un curriculum con pubblicazioni, delle competenze che metto a disposizione della collettività, io mi propongo per un lavoro per la collettività e devo essere in concorso con chi fa altrettanto? Invece di sentirci dire “grazie di esserti messo a disposizione”, per di più senza prendere uno stipendio, concorriamo l’uno contro l’altro e spesso la variabile discriminante e il docente amico con la commissione amica. Così, dovremmo ringraziare quel qualcuno che ci dice “ho lavorato per te” ed essere vincolati a un debito di riconoscenza, quando siamo creditori rispetto ai professori e agli studenti stessi.
    La cooptazione responsabile mi pare l’unico sistema valido e fosse per me, lasciatemi sognare, io costituirei una nuova università con i precari, magari con il sostegno delle università estere (con i docenti esteri che scelgono i nuovi docenti con il sistema della coop. resp.); sticazzi del riconoscimento del titolo da parte dello stato italiano, tanto è meglio quello di un qualsiasi altro stato estero.
    Spero di incontrarvi presto… magari, voi saprete ridarmi un pò di lucidità vista la rabbia che ho dentro.

  22. Mattia ha detto:

    “…altrimenti privatizziamo e vediamo quello che succede….tanto peggio di così….” … non bisogna lasciarsi scoraggiare in questo modo. L’universita’ italiana non e’ da smantellare in blocco come vorrebbe fare credere qualche politico. Il tono “tanto peggio di cosi'” e’ la resa qualunquista davanti all’avanzata delle privatizzazioni. Il sistema di cooptazione responsabile, come insegna la Germania – dove tra l’altro le tasse di iscrizione sono bassissime -, non e’ in contraddizione con una sana universita’ pubblica. Il modo migliore a mio vedere e’ attraverso una trasformazione in senso federalista-solidale dello stato, ma su questo naturalmente si puo’ anche discutere. L’importante e’ non rimanere schiacciati dalla retorica di chi prima riduce il pubblico a brandelli e poi invoca la privatizzazione come fosse la panacea di tutti i mali. Non funziona cosi’: dalle pensioni all’universita’ passando per la sanita’ e’ solo questione di imporre regole e responsabilita’ attraverso una forte volonta’ politica: pubblico e’ meglio, molto meglio (lo dico dopo 18 mesi negli USA).

  23. antonio ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con Mattia. In fatti ho scritto “altrimenti”, e le frasi precedenti erano nel senso di cambiare il pubblico.
    Negli USA, però ci sono Università pubbliche che devono competere con quelle private e qundi si vuole solo il meglio, altrimenti si rimane schiacciati.
    In Italia la ricerca è 99-100% pubblica e le Università private (0,2% del totale) sono sottoposte alle stesse regole del pubblico per quanto riguarda l’accesso e quindi la concorrenza manca totlamente e gli atenei garaggiano con il parametro di chi ad es. rende possibili più appelli di esame e, di conseguenza attrae più studenti, questa non è concorrenza, ma paraculaggine.
    Un sistema misto potrebbe favorire la concorrenza. Sbaglio?

  24. nicola s ha detto:

    andateci cauti, la germania con la “cooptazione responsabile” e gli usa con la competizione tra atenei pubblici e privati.

    In germania nelle università c’è un sistema baronale che tal quale il nostro, forse anche più feroce perché più ristretto

    negli usa la competizione esiste sul serio tra una ventina di università pubbliche e private, il resto sono mega licei di basso livello. E tenete presente che gli Usa sono grandi quanto l’Europa e quasi altrettanto popolati….

    mi stanno pure bene i principi ma asteniamoci dagli esempi che non funzionano

  25. France ha detto:

    @Pierluigi: potrei aver scritto quello che hai scritto tu, due anni fa. Hai straragione. Emigra.

  26. Mattia ha detto:

    Al contrario: asteniamoci dai principi e cerchiamo negli esempi in Europa e nel mondo delle applicazioni possibili. Magari non perfette, ma piu’ decenti dell’attuale sistema italiano.
    Ci vogliono soluzioni concrete e guardarsi intorno fa solo che bene.

  27. antonio ha detto:

    E’ vero, negli USA la vera concorrenza è fra poche università,
    pero’:

    1)intanto c’è e in Italia manca

    2)per entrare nelle università di basso livello o come sono state definite”mega licei”, è facile, si fa il colloquio, si fa una lezione, un seminario, una presentation, si presenta un progetto e si lavora.

    In Italia non si lavora! il concorso da ricercatore viene bandito ad es. oggi 2 agosto 2008, le varie prove fisicamente masscranti ed inutili si terranno nel settembre 2009, per un posto solo, molti sono spinti ad andare per “rompere le scatole”, e vince il raccomandato!

    Domanda: a questo punto , non è meglio la soluzione USA,? ok, in università scadenti, ma intanto inizi e porti a casa la pagnotta! (questa sconociuta).

    Copiamo!

  28. nicola s ha detto:

    ce le stanno preparando le università scadenti. E guardate che i miei amici colleghi che ci lavorano nella università scadenti USA avranno anche uno stipendio ma non è che se la passino proprio proprio bene… Anzi, diciamo che se la passano proprio di merda

    Gli esempi devono essere esempi, con i pro e i contro e non solo una provincialissima accettazione di principio di quello che c’è fuori solo perché quello che c’è qui è uno schifo. Secondo me, oggi, gli esempi migliori sono quelli che vengono dal nord Europa. Danimarca e Svezia in particolare. Poi forse la Gran Bretagna

  29. antonio ha detto:

    mi sta bene ogni tipo di comparazione, anche Nord Europa;
    facciamo analisi, confronti e proponiamo modelli analoghi!
    il punto è: in italia c’è il nulla, l’assenza.
    Questo vuoto andrà colmato con qualcosa, fosse anche non brillante, ma purchè si inizi!
    Quello di cui ci dobbiamo preoccupare è che ci sia un progresso, anche piccolo, ma pur sempre progresso!
    In realtà in Italia il problema è quello della Pubblica Amministrazione (e l’università è P. amministrazione)
    In UK, per lavorare in PA, fosse anche in un ministero occorre curriculum ed al massimo un mese dopo la deadline c’è il colloquio e di inizi.
    H

  30. antonio ha detto:

    continua…………………………
    Ho conosciuto persone che sono andate vie da una PA, perchè un’altra PA, offriva loro di più, il tutto nel giro di 2 mesi.

    Contemporaneamente, andando via lasciano il posto ad altri!!!

    E così l’economia gira!

    Questo in Italia è impensabile!!! E, comunque è tutto immobile.

    Siamo lenti!!!!!!!! e la colpa è del concorso pubblico e delle sue lungaggini!!!!!!!
    Gli altri paesi, come ad es. UK, hanno la chiamata diretta in tutte le PA e sono velocissimi!!!!

    di conseguenza, anche la ricerca, che putroppo è solo pubblica risente delle burocrazia, dell’inutile concorso pubblico, e quindi la ricerca è lenta!!!!!

  31. Paolo ha detto:

    Sara’, ma per me il problema e’ un altro: se tu tieni a fare ricerca dei precari, che non sanno che fine faranno dall’oggi al domani, come e’ possibile fare ricerca di ampio respiro, a lungo termine (che richiede preparazione, programmazione, sviluppo e analisi su un lungo lasso di tempo)? Questo e’ il vero problema della ricerca in Italia: l’avere alla sua base un esercito di precari, anziche’ delle persone sicure del loro futuro e che quindi possono fare il loro lavoro con la tranquillita’ necessaria.

  32. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Quella dell’incertezza per il futuro è una scusa. Il tipico contratto di postdoc è di 1/2 anni, proprio perché ci si aspetta che un ricercatore giovane si sposti parecchio. La gavetta va fatta: per accumulare esperienza e pubblicazioni bisogna muoversi. L’importante è che la situazione di precariato non sia vita natural durante.

    La mobilità non ha mai impedito (almeno in ambito teorico, per gli sperimentali è differente) di fare progetti di ricerca a lungo termine. Semplicemente il lavoro inizia in una sede e prosegue in sedi differenti (in paesi o addirittura continenti differenti).

    Infine, la qualità della ricerca migliora se c’è competizione. La tranquillità uccide la ricerca, e non solo quella. E’ il motivo per cui in Italia non funziona nulla: dalle ferrovie, agli uffici postali. Se un impiegato non ha nulla da perdere, se sa che in pratica non può essere licenziato, non ha motivo di impegnarsi sul lavoro.

  33. franco ha detto:

    Il vero problema della ricerca in Italia e´ che ci sono pochi fondi ed inoltre i ricercatori universitari (18.000) lavorano veramente poco guadagnando 1.500 euro (pochi). Li farei lavorare maggiormente dando loro uno stipendio degno del loro compito.

  34. carlo (con la minuscola) ha detto:

    In realtà in Italia lo stipendio iniziale di un ricercatore è basso (20.000 euro/anno), ma dopo 3 anni di servizio aumenta già di 1/3 (29.000 euro/anno), ed è pari allo stipendio dell’analogo USA (un assistant con 5 anni di anzianità guadagna fra i 32.000 ed i 36.000 euro/anno, a seconda del prestigio dell’università). In Francia un maîtres de conférences con più di due anni di anzianità guadagna 28.000 euro/anno, quindi meno che in Italia.

    In definitiva il problema non sono gli stipendi, ma il fatto che i fondi sono pochi e distribuiti con logica clientelare.

  35. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Ho linkato le fonti per le cifre menzionate sopra, ma il commento è in moderazione. Dovrebbe diventare visibile a breve.

  36. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Altro remark: quelli citati sono gli stipendi lordi (sia in Italia, che in USA e Francia).

  37. antonio ha detto:

    concordo con carlo, occorrerebbe dire a Brunetta:

    “se non metti in tutta la prubblica amministrazione una cooptazione responsabile (curriculm+colloquio, senza le inutili prove tipo tema o interrogazione del concorso pubblico), se non metti un Recruiter che si assume la responsabilità di assumerti, nessuno avrà interesse a prendere il migliore, perchè non avrà responsabilità, questo in tutte le pubbliche amminstrazioni”.

    e’ perfettamente inutile, poi, licenziare i fannulloni, perchè con i concorsi pubblici (inidonei e truccati) assumerai altri fannulloni, non facendo il colloquio, non conoscerai mai il profilo del candidato. Devi anche fidarti del candidato.
    Se arriva uno che ha lavorato per, es. Goldman Sachs, che è la banca d’affari n.1, penso, non me ne intendo molto, e questo vuole tornare in italia e lavorare in PA, lo devi assumere per lo meno sulla fiducia, perchè ha dimostrato di esssere fatto un culo grosso come una casa, lo devi assumere cazzo!

    Basta con i concorsi! per tutti i posti, anche per un semplice impiegato dell provincia e del comune!

  38. ma allora esiste una corrente “rivoluzionaria” nel blog….
    W il Blog dei ricercatoriprecari!!!!

  39. Mattia ha detto:

    Mi sembra che si giochi un po’ con le cifre: la retribuzione del ricercatore italiano e’ sotto la media europea (sia dell’Europa a 15 – di tanto – che di quella a 25 – di un poco -). Almeno pareggiare quella a 25 dovrebbe essere un obiettivo realizzabile. Magari rivedendo anche il meccanismo degli scatti.

  40. carlo (con la minuscola) ha detto:

    Ario, il commento delle 11:59 am con i link è ancora in moderazione.

    Riporto i link senza tripla w, vediamo se funziona:

    gruppo2003.org/lavoce-4.pdf
    education.gouv.fr/cid1056/maitre-de-conferences.html

    Mattia, le cifre sono prese dai link qui sopra. Credo siano affidabili. Quando si afferma che la retribuzione del ricercatore italiano e’ sotto la media europea, è perché si considera lo stipendio d’ingresso.

  41. antonio ha detto:

    un altro dubbio, poi si va in vacanza:

    uno fa un dottorato, 3, 4, 5 anni di ricerca, pubblicazioni, studi, contratti di insegnamento, esperienza estere ecc….

    Dopo di chè, che cosa ti chiedono al concorso da ricercatore (anche se sai beneissimo che quel concorso non è per te , ma per un altro) ?

    prove scritte ed orali su cose programma di esame universitario che hai già passato 10 anni fa!!!!!!!

    ma che cazzo! e la ricerca? Sapete….molte volte i titoli e le pubblicazioni non venngono mai discussi, e dicono i commissari che non è neanche obbligatorio, secondo la legge vigente.

    ma che cazzo! e la nostra storia dei 3- 4-5 anni prima (di cui sopra)?

    ditemi voi che cazzo c’entra un tema ed un altra interrogazione con la ricerca?

  42. Mattia ha detto:

    Ho guardato le cifre del primo link e in effetti dopo 3 anni il ricercatore recupera molto sul collega americano. Non si tiene conto di una cosa: del potere di acquisto del salario cui va sommato il fatto che le cifre sono date lorde (prima delle tasse). Quindi la realta’ cambia di parecchio (stipendio netto di un ricercatore italiano il primo anno: circa 1100 al mese). Si obiettera’ che la tassazione sul salario decisa dai rispettivi stati non puo’ influenzare il confronto tra i salari tra le universita’. Nella vita reale, pero’, non in quella delle cifre, il fatto conta. E tanto.

  43. Paolo ha detto:

    Evito perfino di commentare la frase “quella dell’incertezza sul futuro e’ una scusa”; evito di dire cosa penso di quello che l’ha detto solo perche’ scrivo su un blog che penso debba mantenere un linguaggio moderato. Sono chiaramente delle stupidaggini, non solo perche’ mette in evidenza come qualcuno non si accorga minimamente del grado di precariato a cui siamo sottoposti, ma anche per semplici obiezioni specifiche: e’ assolutamente falso che (anche per un teorico) l’attivita’ possa iniziare da una parte e continuare dall’altra; quando uno viene preso, viene preso a contratto per un argomento specifico di interesse per il gruppo in cui si va, non certo per completare quello iniziato da un’altra parte (l’esperienza personale insegna). Ma questo e’ un dettaglio.
    Nessuno si rende conto che in nessuna (e ripeto: nessuna) categoria esiste un precariato come nella nostra: neanche in quella operia o quale che sia.
    Tutto sommato questo e’ il motivo per cui non mi aspetto niente dalle proteste dei precari della ricerca ventilate a settembre.
    Se in qualunque altra categoria delle persone fossero tenute precarie per anni e anni (3 anni di dottorato+2+2 anni di postdoc+ x anni di contratti, a uno stipendio da fame, con contributi irrisori, con il tempo che scorre e le aziende che a una certa eta’ difficilmente ti assumono), nessuno direbbe “quella dell’incertezza sul futuro e’ una scusa” o “la gavetta va fatta”, semplicemente farebbero una rivoluzione.
    Invece qui ci sono alcuni che delirano…..
    Con gente cosi’ non ci puo’ essere fronte comune.

  44. paolo ha detto:

    Lo stipendio di ingresso del ricercatore universitario italiano mi sembra sia di 1250 euro netti. Dopo un anno si passa a 1500 euro. Non capisco cosa centra il paragone con il maitre de conference francese (una specie di tutor precario diverso dal ricercatore).

  45. Lilly ha detto:

    Rispetto,come sempre le idee di tutti, ma devo ammettere che Paolo mi trova perfettamente d’accordo, dopo anni ed anni di precariato pensare al futuro comincia ad angosciarmi e non penso proprio che l’incertezza renda il nostro lavoro di ricerca migliore, al contrario penso che l’effetto sia diametralmente opposto.
    Poi se qualcuno di voi vuole proprio rimanere a vita con contratti a tempo determinato lo può pure fare, io personalmente se mai accadrà (e ormai non ci spero più) di firmare a tempo indeterminato farò salti di gioia.
    Una certa politica vorrebbe suggerirci l’idea che precario è bello, puoi cambiare sede, non ti annoi mai: peccato che proprio i signori politici dopo pochi anni in Parlamento ottengono la loro bella pensioncina, dunque chiediamo che avvenga il contrario: stabilizziamo gli universitari e precarizziamo i politici (a loro il lavoro flessibile piace, finito il mandato tutti a casa, se non vengono rieletti, e senza pensione o forse precario è bello per il cittadino ma non vale per loro? ).

  46. @paolo
    Nessuno si rende nemmeno conto che in nessuna nazione al mondo c’è un’università cosi centralizzata come in italia…

    parlare di precariato, quando poi il fine è quello di accedere a posizioni super privilegiate…. bhè…. cerchiamo almeno tra un delirio e l’altro di fornire proposte di respiro internazionale piuttosto che la solite proposte di difesa dell’italianità….

  47. France ha detto:

    bla bla bla… Quando la facciamo l’associazione? Cosa facciamo a Settembre?

  48. @lilly
    certo che ti trovi d’accordo con paolo… chi non lo sarebbe
    sta (seppur insconsciamente) difendendo una posizione di privilegio ambita da tutti…
    Dico inconsciamente, perchè paolo probabilmente non si rende conto che un operaio non avrà mai uno stipendio di 7000 o 8000 euro/mensili con in più il prestigio sociale che ha un ordinario….

    paolo dovrebbe dire:
    il ricercatore precario deve essere considerato come un operaio quindi è giusto che venga stabilizzato con un contratto di pari dignità…. ovvero 1200 euro a vita: professore associato a 1200 euro mensili per poi passare a professore ordinario a 1200 euro mensili.

  49. esempio di posizione di privilegio:

  50. Lilly ha detto:

    Il contratto a tempo indeterminato non deve essere considerato un privilegio riservato a pochi ma un diritto di tutti i lavoratori in qualsiasi settore, compreso quello universitario.

  51. Lilly ha detto:

    L’ho appena visto, RI: rendere i giovani precari non favorisce il ricambio generazionale ma fossilizza l’università ed il sapere. Per quanto riguarda il consiglio del Prof: facciamo l’esatto contrario rimaniamo in Italia e cerchiamo di migliorarla, impresa impossibile? Tentiamo lo stesso. Vado al mare (no, non a suicidarmi, a nuotare). Buona domenica a tutti, ci sentiamo domani.

  52. cara lilly
    capisco la controversia tra razionalità e impulso dato dall’ansietà del precariato….
    ma raccontandomi “la favola del diritto al posto fisso” stai evadendo dalla questione…

    Hai mai provato a raccontare questa bella favola in germania, inghileterra o stati uniti?
    Cosa ti hanno risposto?

  53. Paolo ha detto:

    Scusate, ma di che Germania state parlando? Personalmente ho esperienza di Baviera, e li’ tutti aspirano a un posto fisso come qui, e se non lo hai “sei un fallito”, esattamente come qui.

  54. Paolo ha detto:

    Quanto poi allo stipendio di 7000 o 8000 euro/mensil, be’, a parte il fatto che tali cifre sono (dai -pochi- dati in mio possesso) parecchio gonfiate, se il problema e’ questo cerchiamo di cambiare le cose: lottiamo per rendere piu’ accessibile l’ingresso e al contempo ridurre tali distorsioni del sistema. Fra l’altro facilitando l’ingresso si riducono anche gli effetti di nepotismo/cooptazione che tanti aspri commenti suscitano (giustamente) in questo forum.
    Il problema vero pero’ e’: confrontiamo l’investimento in ricerca dell’Italia e ad esmpio della Francia. Avete mai visto che sfilza di italiani sono a ogni concorso per ricercatore in Francia (e vi siete mai chiesti come mai)?
    Quanto al confronto con il mondo operaio (verso il quale ho il massimo rispetto), pero’ bisogna dire che un operaio puo’ anche cominciare a lavorare a 18 anni; l’effetto invece della nostra “furbizia” invece temo che sara’ evidente fra un po’ di anni quando dovendo andare in pensione andremo a farci il conto dei contributi. A proposito, un mio stretto parente e’ operaio in pensione e guadagna (come pensione) piu’ del doppio di me.

  55. @paolo
    perchè dobbiamo sempre ripeterci sul “più soldi alla ricerca”?
    L’Italia ha il terzo debito pubblico al mondo… nemmeno Bertinotti riuscirebbe a dare più soldi alla ricerca…. soprattutto quando è baronale a rendimento negativo come la nostra. Facilitando l’ingresso vuol dire che il governo deve dare più soldi e soldi non ce ne sono.

    Lasciamo stare la Francia… è l’unica che riesce a far funzionare un modello estrememente centralizzato…. lo stanno cmq pagando…. non è un caso che sarkozy sia diventato presidente… il resto del mondo ha (chi più chi meno) un modello decentralizzato.

    Infatti….
    NON si può confrontare un ricercatore con un operaio…

  56. Paolo ha detto:

    Domanda: se soldi non ce ne sono, non sarebbe stato meglio risparmiarsi l’abolizione dell’ICI sulla prima casa? O i soldi all’Alitalia per ottenere un risultato forse peggiore del precedente? E si potrebbe continuare.. E’ tutta una questione di priorita’.

    E siamo proprio sicuri che con lacrime e sangue si risolvano i problemi dell’Italia?
    Con tutte le lacrime e sangue che destra e sinistra hanno sparso negli ultimi venti anni, hanno solo portato il sistema Italia al baratro. Come si aumenta il PIL, riducendo il potere di acquisto della gente? O addirittura tagliando i fondi alla ricerca?

    Che per essere competitivi ci sia bisogno di investire in ricerca mi sembra quasi tautologico. E sappiamo tutti che la ricerca in Italia o la fa lo Stato o certo non ci possiamo aspettare che la facciano i privati. E (al contrario che in Francia, dove gli enti di ricerca sono molto sviluppati e ben finanziati) in Italia gran parte della ricerca viene fatta nelle Universita’. Guarda caso sui giornali filo-governativi per giustificare i tagli si cerca di diffondere l’idea che nelle Universita’ si faccia solo insegnamento…

    Quanto al resto, il senso del mio intervento mi sembrava chiaro: bisogna essere coscienti della propria infausta condizione per lottare, altrimenti non ce ne sono neanche i presupposti.
    Se poi qualcuno (per qualche ragione a me incomprensibile) e’ soddisfatto della propria situazione di precariato e economica, gli auguro fortemente che la sua speranza di avanzamento di carriera abbia delle solide fondamenta.

  57. franco ha detto:

    Paolo se, come è stato detto sopra, si recuperassero i 200 miliardi annui di evasione fiscale non sarebbe utile per la ricerca ed i precari? Perchè non si fa nulla contro questo fenomeno?

  58. rdp ha detto:

    Credo che l’appello alla mobilitazione sia inevitabile anche per voi ( ma come dottoranda di ricerca mi riguarda): anche noi ‘professonisti’ dell’archeologia precaria abbiamo manifestato a Roma (prima manifestazione nazionale archeologi italiani, 14-6-2008) e temo che dovremmo rifarlo visto che il precariato intellettuale è il nostro pane quotidiano ( http://www.direzione-anablog.spaces.live.com ).
    Io penso che quelli giovani come me ( 32 anni) che si occupano di ricerca e lavorano per sopravvivere condividano una condanna a morte lenta.E’ questo che dovrebbe mobilitarci, il resto è chiacchiera. Muoviamoci perchè tra poco si morirà di stenti, altro che ricerca e indici del Pil.
    rdp archeologa precaria ma libera profesionista(!),dottoranda di ricerca senza borsa.

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