Giavazzi: chi ha paura della logica?

image002La sua è quasi una rubrica fissa: il lunedì, sul Corriere della Ser(v)a si parla di “Università e docenti”. Allora tocca anche a noi fornire una risposta fissa. Con quel po’ di ritardo dovuto alla precarietà e al fannullismo di un’università pubblica…

Questa volta il nostro professore si occupa delle reazioni alla sua proposta precedente. Una proposta prontamente accolta dal Consiglio dei ministri, tra l’altro. Ottenuto il blocco dei “concorsi truccati”, pare, ora difende a spada tratta la sua proposta “rivoluzionaria” di nuovo reclutamento (come sapete tutti ne hanno almeno una, persino Mussi). Per farlo cita, ma guarda un po’, proprio gli studenti che fino al giorno prima erano dei servi sciocchi di baroni e rettori. Naturalmente cita solo gli studenti che sono d’accordo con lui. Guarda caso.

Ad ogni modo, questa volta il professore non litiga solo con dati statistici e numeri, ma principalmente con la logica. Non sono un esperto di retorica classica, ma c’è qualcosa che non funziona nei suoi sillogismi. Vediamoli.

1. Escludere gli associati

Il nuovo decreto esclude dalle commissioni associati e ricercatori. Il professore è molto contento, tanto che lamenta:

Ne è un segno il tentativo (fortunatamente fallito) di modificare in extremis il testo del decreto per consentire ai professori associati di partecipare alle commissioni. Un vecchio trucco: gli associati devono ancora essere giudicati (per diventare ordinari) quindi sono facilmente ricattabili. E infatti a premere per estendere l’eleggibilità ai più giovani erano gli anziani non gli stessi associati.

Vediamo l’audace sillogismo:

  • A. L’università è un’organizzazione gerarchica e feudale
  • B. In questa struttura dominano gli ordinari (leggi “Baroni”)
  • C. Il dominio degli ordinari si fonda sul ricatto nei confronti dei sottoposti
  • D. Il ricatto si fonda sulle regole concorsuali
  • E. Per eliminare il ricatto bisogna cambiare i concorsi
  • F. Nelle commissioni dei concorsi mettiamo solo ordinari

Sarà, ma io vedo una contraddizione tra il punti B e la conclusione del ragionamento. Si vuole togliere il potere degli ordinari dandogli tutto il potere nelle commissioni?

Poi è strano che un professore ordinario non sappia che il potere nelle commissioni concorsuali non si regge solo sul ricatto verso i sottoposti. Il potere tra ordinari si regge principalmente su accordi spartitori e “scambi di voti” (leggi favori), che così forse addirittura aumenteranno.

L’ANDU fa anche notare che sia strano che il professore si accorga solo ora che le già rivoluzionarie regole concorsuali funzionavano poco. Difatti, anche la Facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza (che sta facendo un lavoro simile al nostro) fa notare “all’Allegro professore” che il sorteggio non sia proprio una “nuova era”, ma era già previsto nelle regole precedenti.

2. Chiudere i dipartimenti

Parlando del Regno Unito (l’unico modello internazionale, pare)

Lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude.

Qui il sillogismo nasconde un errore da penna blu.

  • A. Ora l’unico criterio di assegnazione dei fondi pubblici è il numero degli iscritti alle università [non vero]
  • B. Si dovrebbe valutare la “qualità della ricerca”
  • C. Una buona ricerca è quella molto citata
  • D. Se non è citata IL DIPARTIMENTO CHIUDE

Avete scoperto l’errore? I dipartimenti sono strutture di ricerca non di didattica, quindi non hanno iscritti. Quindi l’assegnazione dei fondi (e la loro chiusura) non è fondata solo su questo criterio (cosa non vera neanche per gli Atenei in generale).

In ogni caso, se il professore avesse confuso dipartimenti con facoltà o addirittura università, l’errore diventa una svista: la “qualità della didattica” non deve entrare nei criteri di sopravvivenza degli atenei?

3. Il valore legale

Avete capito qual è il vero chiodo fisso (o obiettivo) del professore: il fantomatico valore legale del titolo di studio. Il sillogismo si fa in questo campo davvero curioso:

  • A. I concorsi sono fasulli e non “premiano il merito”
  • B. Per premiarlo dovrebbero fondarsi su pareri certi e trasparenti
  • C. I concorsi andrebbero però aboliti
  • D. Nel frattempo togliamo un criterio certo e trasparente

A parte la contraddizione tra B e C (già notata dallo stesso professore) questa storia del valore legale non è del tutto chiara. Nei fatti già non esiste, vorrei far notare che

a) nei concorsi che ho fin qui tenuto nel bando non era mai richiesta la laurea (non una laurea, qualsiasi laurea)

b) l’assenza di questo minimo requisito permette davvero l’arbitrio totale delle commissioni. Cioè, faccio un esempio inventato a caso, che so: una laureata a lettere che vince un concorso per medicina legale clinica?

Ma non voglio difendere una cosa che non esiste. Già mi tocca attaccare un ragionamento che non esiste… 😉

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45 Responses to Giavazzi: chi ha paura della logica?

  1. Untenured ha detto:

    @Sankara sui punti 1. e 2. hai torto… sul 3. ti invece ti seguo..

    1. è un problema di RESPONSABILITA’: gli associati e i ricercatori in quanto ancora con aspettative di carriera non possono avere un giudizio indipendente, non importa se sia giusto o sbagliato, gli ordinari sì.

    2. i dipartimenti devono essere i pilastri della valutazione e le università devono essere orientate alla valorizzazione della ricerca; “potere a chi fa ricerca” dev’essere il nostro slogan.. tu che cosa preferisci? gli attuali presidi di facoltà che fondano il loro potere solo su accordi “politici”?

    3. sul valore legale invece Giavazzi tradisce la sua posizione partigiana di professore di un’università privata..

  2. Bombadillo ha detto:

    Giusto, giustissimo, approvo completamente!

  3. antonio ha detto:

    ok, va bene “potere a chi fa ricerca”, ma per far si che questo funzioni, occorrerebbe dare pieni poteri ai dipartimenti di assumere chii vogliono, sulla base dei soli titoli ed in 20 giorni al massimo.
    ora quacuno mi dirà: “eh sì….in Italia si assumerebbero in questo modo soltanto raccomandati ecc……” Ma all’estero per avere responsabilità devi avere anche mani libere con le quali scegli chi vuoi e con le quali pagherai le conseguenze delle tue scelte poco accorte (ricerca non buona=stop ai finanziamenti) o azzeccate (più finanziamenti).

  4. cattivo.maestro ha detto:

    Caro antonio, è già così oggi in Italia. L’Ateneo ha le “mani libere” per scegliere (cooptare) chi vuole, ricorrendo a concorsi “camuffati”.
    Ora interviene il dl 180 a dettare regole che impediscono la cooptazione “camuffata”.
    E’ la direzione giusta?
    A me sembra di no.
    Sarebbe più giusto procedere verso una responsabilizzazione di chi chiama. Ma di questo nel dl 180 non c’è traccia…

  5. antonio ha detto:

    @cattivo.maestro:

    in parte concordo, in parte no; mi spiego:

    con il 180 NON si elimina il baronismo nelle università , così come, con le attuali leggi non si elimina neanche il sistema delle raccomandazioni nella Pubblica Amministrazione.

    Il vantaggio della 180, però è che non fai le stressanti prove (ed inutili) scritte ed orali, non sei agitato, non devi preparati per forza i giorni prima, non spendi i soldi per treno-aereo – albergo (alcune volte il concorso dura 2 settimane, perchè ti mettono la prova orale la settim. dopo). Se hai fatto concorsi, dovrai ammettere che sono stressanti e , concorderai, poco utili.

    Il vero vantaggio, poi, è che, comunque, puoi essere valutato soltanto sui titoli (vedremo meglio con i decreti attuativi o legge di conversione), che costuituiscono la tua “storia”.
    Secondo me, qualcosa di buono c’è, poi possiamo avere opinioni diverse,
    Aspettiamo e vediamo cosa succede.

    Io ero d’accordo anche con Mussi, perchè cmq scardinava il sistema e poteva avere anche risvolti positivi, ma non ha fatto in tempo………………..

  6. cattivo.maestro ha detto:

    antonio,
    io sono perfettamente d’accordo con te, perchè anch’io penso che ci sia qualcosa di buono.
    Anch’io saluto con grande favore Il vantaggio della 180, ossia che non fai le stressanti prove (ed inutili) scritte ed orali.
    Le mie critiche si appuntano “solo” sulla regola del sorteggio dei commissari, per questo scrivo che dl 180 provvede a dettareregole che impediscono la cooptazione “camuffata”, che non mi sembra si muovano nella direzione giusta.

  7. Ila ha detto:

    Rendiamo il merito a Mussi di avere considerato – se non ricordo male – la formazione di commissioni INTERNAZIONALI che avrebbero giudicato le pubblicazioni e il c.v. dei candidati.
    Altro che “sorteggia” tu che “nomino” io i commissari italiani.
    Io mi chiedo: nel caso di un sorteggio, non ci sarà comunque il giro di telefonate tra i sorteggiati per spartirsi il posto del concorso?

  8. insorgere ha detto:

    @ Ila

    il sorteggio rende più aleatorie le cordate, non sapranno chi starà in commissione né dove.

    inoltre le commissioni con 3 ordinari rendono possibile una qualche confronto e dissenso tra i commissari. cosa che oggi come oggi non è realmente possibile perché di fatto decide uno solo (l’ordinario) e gli altri supinamente si piegano

  9. Untenured ha detto:

    in più ci sarà una maggiore partecipazione, che era l’obiettivo che si prefiggevano Mussi e Modica con un meccanismo sì forse più innovativo e attraente ma sicuramente troppo complicato (e sicuramnete fallimentare nei fatti).

    Una volta composta la commissione il membro interno dovrà convincere i sorteggiati entro la rosa di eletti della bontà del suo candidato.

    Insomma ci sarà più attenzione al candidato e meno alla formazione della cordata tramite telefonate. Non sarà una rivoluzione, ma un qualche sommovimento carsico nel sistema ci potrà essere rispetto a oggi.

    in attesa di un modello maturo di reclutamento per il quale ci volgiono certamente degli anni…

  10. Ila ha detto:

    Per insorgere

    quindi, un commissario sorteggiato per un concorso non sa nè dove nè chi ci sarà insieme a lui?
    Non so, la cosa non mi convince molto. Tutti gli ordinari di uno stesso ssd (ma anche di ssd affini) si conoscono e, appena esce un posto, vuoi che non partano delle telefonate? L’unica differenza non potrebbe essere forse che ora le telefonate partano DOPO il sorteggio e non, come accadeva in passato, che venivano fatte PRIMA delle nomine?
    Però ammetto di non avere dei suggerimenti costruttivi: in effetti anche una commissione internazionale sarebbe quasi impraticabile…

  11. carbonaro ha detto:

    scusate vi chiedo un parere, io forse oggi sono troppo incavolato per ragionare con lucidità

    avete presente il comma 3 dell’art.1 del d.l.

    «Per il triennio 2009-2011, le università statali, fermi restando i limiti di cui all’articolo 1, comma 105, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, possono procedere, per ciascun anno, ad assunzioni di personale nel limite di un contingente corrispondente a una spesa pari al cinquanta per cento di quella relativa al personale a tempo indeterminato complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. Ciascuna università destina tale somma per una quota non inferiore al 60% all’assunzione di ricercatori a tempo determinato e indeterminato e per una quota non superiore al 10% all’assunzione di professori ordinari.

    allora come è possibile che domani, a seguito della morte di un prof. ordinario della mia materia, si sia messa all’ordine del giorno la mozione per bandire il posto per un altro ordinario sempre dello ius/17?

    vorrei capire fino a che punto arrivano gli abusi, è inutile che cambiano le leggi se poi nessuno le applica…

  12. 5annidiassegni...avuoto ha detto:

    @carbonaro

    bandire non significa prendere servizio. Si bandisce; poi il vincitore attenderà al calduccio (dello stipendio che ha già) finché non ci saranno le risorse per l’effettiva chiamata in ruolo.
    Inoltre i decreti possono anche decadere dopo 60 giorni, il bando invece rimane

  13. cane sciolto ha detto:

    @ cattivo.maestro e Ila

    ho la sensazione che, anche nelle intenzioni dei promotori, il sorteggio non sia inteso come panacea: è solo una scelta di rottura per (tentare di) mischiare un po’ le carte e rendere meno facile la “cooptazione irresponsabile”.

    Secondo me, probabilmente i sorteggiati si limiteranno ad un ruolo di cortesia, confermando le scelte del commissario locale; però, forse, di spropositi veramente grossi se ne vedranno meno.

    Una provocazione per tutti coloro che venerano la cooptazione responsabile come una sorta di bacchetta magica: non è forse proprio la cooptazione responsabile la regola che vige nel privato? Se dobbiamo fare un paragone tra un’ideale Università responsabile e un’azienda, sceglieremmo realtà grandi, non certo l’industria da 10 dipendenti, giusto? E allora andatevi a leggere i nomi dei manager delle grandi aziende, poi scegliete qualche dipendente a caso e intervistatelo. Potrebbe essere istruttivo …

  14. insorgere ha detto:

    un dato che spesso si dimentica:
    esiste un limite al numero di concorsi da ricercatore che si possono tentare in un anno (15 mi pare). Ora nel mio settore (storia contemporanea) con il reclutamento straordinario 2007 uscirono 30 bandi…ammesso che quest’anno sia lo stesso va considerato che mentre prima un candidato sapeva praticamente per certo dove avrebbe trovato una commissione a lui favorevole, oggi non è più così.

    Esemplifico per chiarire:
    io devo scegliere le sedi dove concorrere ma non posso sapere quali commissari saranno sorteggiati in quelle sedi. Allo stesso modo i commissari non sapranno se e dove verranno sorteggiati. Considerando che saranno parigrado, e che non è detto che abbiano allievi diretti nella sede dove saranno sorteggiati, è più probabile che si apra un confronto vero.
    Non so se vinceranno necessariamente i migliori, di certo sarà più difficile per i peggiore. E vi assicuro che nel mio settore sono stati promossi cani e porci negli ultimi anni….ne consegue che sebbene questa non sia certo una panacea è comunque un passo in avanti.

    In più aggiungerei la seguente considerazione di buon senso: al primo giro con le nuove regole saranno tutti un po’ confusi e disorientati e questo potrebbe sparigliare le carte e aprire i giochi più del previsto.

  15. kary@nowhere.com ha detto:

    scusate lasciatemi commentare.. a che punto siam ridotti che dobbiamo tentarci i concorsi come ad una lotteria ? tu che biglietti compri ? in che citta’ ??
    Forse preferirei direttamente una societa’ come nella lotteria di babele.
    Per i miei settori asupico invece delle aree molto piu’ grandi di quelle attuali, altrimenti i giri di telefonate sono 5 o 6…
    e anche quello che dice cane sciolto e’ verissimo. Le aziende in italia cooptano “responsabilmente” da un bel po’… e guardate l’italia dove sta finendo.
    Forse geneticamente dobbiamo sparire..alla fine mischiare i miei geni con qualche partner nordeuropeo dagli occhi azzurri e non di mentalita’ “cooptativa” non mi dispiacerebbe.

  16. cattivo.maestro ha detto:

    mah, io spero che l’Europa metta mano alla ricerca prima o poi imponendo un modell comunitario, che preveda una libera circolazione dei cervelli sulla base di un’abilitazione comunitaria, unica e valida per tutti gli Stati.
    Così vedremo se siamo bravi come affermiamo…
    In effetti, caro KARY, il sorteggio è uno strumento che mutuato dalle lotterie…
    Se non funziona… poi possaimo provare con il gratta e vinci…

  17. insorgere ha detto:

    ribadisco che non è una panacea ma un passo in avanti.
    nel mio settore tutti – TUTTI – i concorsi erano pilotati e i vincitori si sapevano anche prima che uscisse il bando.
    ora c’è un minimo di margine per tentarli.
    non è tanto ma è qualcosa

  18. kary@nowhere.com ha detto:

    beato te insorgere, si vede che il tuo settore e’ piu’ grande del mio 🙂 intanto risparmio i soldi cper il gratta e vinci

  19. cattivo.maestro ha detto:

    @ insorgere
    Non è per fare polemica, ma è per capire una posizione che non comprendo.

    Tu scrivi:
    “nel mio settore tutti – TUTTI – i concorsi erano pilotati e i vincitori si sapevano anche prima che uscisse il bando”.
    Ora per me questa è una forma, tutta italiana, di “cooptazione irresponsabile”, non di illegalità (ovviamente con le dovute eccezioni dovute ai non pochi abusi…)
    Ma anche con la cooptazione avverrà la stessa cosa, che tutte le chiamate saranno decise da chi chiama.
    Se non cambia il principio di responsabilità, che passo in avanti sarà?

  20. Mirco ha detto:

    Il collega di Giavazzi alla Bocconi.

    Le tre bugie e la mezza verità del professor Perotti.

    È uscito, con straordinaria tempestività, un libro del professore Roberto Perotti dal titolo importante: “L’università truccata”.
    Alcuni contenuti di questo libro sono utilizzati dalla destra al governo per giustificare i tagli all’università italiana, vengono inoltre utilizzati da molti media per una campagna di discredito nei confronti del mondo dell’università e della ricerca. Principalmente per questo motivo credo sia doveroso fare chiarezza su alcuni punti di importanza fondamentale.
    In realtà è possibile dimostrare che nel libro di Perotti ci sono 3 grosse bugie e una mezza verità.

    Perotti sostiene esistono 4 falsi miti riguardo l’Università italiana:

    Secondo Perotti:

    • È falso che all’università italiana mancano le risorse.
    • È falso che i ricercatori italiani siano “poveri ma bravi”, ovvero che nonostante tutto, l’università italiana è all’avanguardia.
    • È falso che il clientelismo è un fenomeno circoscritto.
    • È falso che l’università gratuita è egalitaria.

    Se si va però a leggere con attenzione il libro, in particolare il capitolo 3, non è difficile rendersi conto, per chi è del mestiere, che su tre di questi punti le argomentazioni di Perotti non stanno in piedi, anzi si basano su “errori” grossolani di metodologia. Facciamo notare subito che la cosa è molto strana, considerato il calibro del personaggio. Procediamo però con ordine.

    Prima tesi: non è vero che l’università è sotto finanziata.

    Ora qualunque economista serio che vuole verificare questa tesi, procede per prima cosa andando a verificare quale è la spesa italiana per il sistema universitario in confronto con quella degli altri paesi in rapporto al PIL normalizzato a parità di potere d’acquisto. Se si vanno a vedere questi dati allora la tesi di Perotti appare subito insostenibile: il sistema universitario italiano appare evidentemente sotto finanziato.

    L’autore però usa un metodo diverso per proporre la sua valutazione. Ogni economista sa che se un’impresa è sotto finanziata è facile che essa mostri delle inefficienze. Sa anche che se si va a calcolare la produttività di un sistema sotto finanziato, procedendo quindi a dividere i risultati per i finanziamenti, ci si rende subito conto che questa è bassa mentre il costo del singolo prodotto è alto. La cura è semplice: vanno aumentati i finanziamenti.
    Perotti però magicamente, e ripetiamo, molto stranamente, inverte i ruoli di cause ed effetti. Egli tira fuori un coefficiente: 0.482, che trova in alcuni dati che fornisce il ministero per l’anno 2003 (e si noti che il libro di Perotti è uscito nel 2008), e lo usa per proporre le cose proprio al contrario. Dice che, considerando il grande numero di abbandoni, e considerando che ci sono molti studenti che non frequentano, si deve in realtà andare a contare quanti sono gli “studenti equivalenti a tempo pieno”. Cosi facendo, moltiplicando la spesa per ogni studente iscritto per l’inverso di detto coefficiente, salta fuori un risultato inaspettato: sorprendentemente il costo in Italia per l’università diventa tra i più alti del mondo. Quindi conclude che non è vero che l’università italiana è sotto finanziata. Qualunque economista serio di fronte a questo gioco non può che rimanere alquanto perplesso.

    Ragioniamoci sopra. Il numero che utilizza Perotti cosa misura? È un indice che dice che nel sistema ci sono delle inefficienze. Ma quali sono le cause di questa inefficienza? Sono sicuramente più di una, elenchiamone alcune:
    1. Potrebbe essere che gli studenti italiani non sono sufficientemente bravi, perché poco studiosi, o perché non ben preparati.
    2. Potrebbe essere che l’università italiana sia troppo difficile se confrontata con quella degli altri paesi.
    3. Potrebbe essere che i docenti italiani non fanno bene il loro lavoro.
    4. Potrebbe essere che l’università italiana è sotto finanziata e che il numero di docenti per studente è troppo basso.
    Chi conosce la nostra università sa che tutti questi quattro punti sono in parte veri, ma che è particolarmente importante il quarto. Chi ha frequentato i corsi dei primi anni conosce bene quale è il rapporto tra studenti e professori quando si fa lezione! È questo è il punto fondamentale.

    Supponiamo che vengano aumentati i finanziamenti e si arrivi ad avere più professori per studente e anche un finanziamento più grande per le figure dei tutor (che si occupano appunto di vedere quali problemi hanno gli studenti e come dare loro una mano), quali potrebbero essere gli effetti? Il coefficiente che usa Perotti potrebbe cambiare e potrebbe andare nel verso opposto proprio il rapporto tra spesa ed efficienza del sistema. Rispetto al ragionamento che fa Perotti si avrebbe allora un risultato paradossale: se si aumentano i fondi salta fuori che l’università costa meno!!

    Un esempio numerico: supponiamo un sistema che per ipotesi sia sotto finanziato. Poniamo che costi 100 e produca con efficienza 0,4 un numero N di laureati ogni anno. Il costo complessivo per laureato è allora N/100. Supponiamo ora di spendere più soldi, poniamo 130. Supponiamo che adesso, venendo colmate alcune delle lacune del sistema, l’efficienza passi a 0,8. Cosa succede? Ora sono prodotti 2xN laureati a un costo per laureato che è 2N/130. Quindi, pur avendo speso più soldi, il singolo laureato viene a costare meno!

    Cosa prova questo esempio? Dimostra che l’argomentazione di Perotti non può essere considerata valida.

    Ma ci sono altre cose strane nel metodo di Perotti. Stranamente egli si riferisce a dati del 2003 e ad un altro metodo di valutazione che evita di specificare per bene e che andrebbe a considerare il rapporto tra laureati e iscritti. Ma attenzione bene, il libro è stato pubblicato nel 2008. Tra i dati del 2003 e oggi le cose sono radicalmente cambiate perché in mezzo c’è stata una riforma: il cambio dell’ordinamento al sistema 3+2. Per quale motivo l’autore evita di fare un adeguato riferimento a questa cosa? La riforma del sistema è stata pensata proprio per curare alcuni dei mali del sistema italiano, per limitare i numeri di abbandoni e incrementare l’efficienza della nostra università. È una cosa che ha avuto un qualche successo?
    I dati sono disponibili, anche sul sito dell’ufficio di statistica del ministero. Sono già stati fatti vari studi su questa cosa, e i risultati sono incontrovertibili: l’efficienza del sistema, intesa come capacità di sfornare laureati, è migliorata e di molto!
    Perché Perotti non considera queste cose? Osiamo pensare per un motivo molto semplice. Perché se si va ad utilizzare lo stesso metodo, per altro sbagliato, invece che sui dati del 2003, su altri più aggiornati che tengono conto della riforma, allora comunque il giochetto non riesce. Il costo medio per “studente equivalente a tempo pieno” risulterebbe comunque inferiore alla media degli altri paesi industrializzati.

    Ora tutto questo è molto strano. Perotti non è sicuramente uno sprovveduto. Non può ignorare alcuni di quelli che sono i principi elementari dell’economia di impresa.

    Seconda tesi del perotti:
    Non è vero il mito del “poveri ma bravi”.

    Anche in questo secondo caso troviamo un errore metodologico di base che è stupefacente. Perotti fa riferimento ad una serie di dati che valutano la produzione globale del sistema di ricerca italiano, e mostra che non è poi così brillante. Ma attenzione bene: il falso mito che lascia intendere di voler smascherare è che non è vero che i ricercatori italiani sono “poveri ma bravi”. Se vuole far questo allora deve fare la cosa più elementare: andare a calcolare quale è il rapporto tra i risultati della ricerca rispetto a quanto questa è costata. Deve cioè andare a valutare quella che è la produttività del sistema. Sembrerebbe una cosa ovvia. Ebbene Perotti semplicemente non lo fa, non ci prova nemmeno.
    E se si fanno i conti della produttività cosa salta fuori? Lo ha fatto il professore U. Amaldi andando a considerare proprio una delle fonti citate dal Perotti: un noto articolo di Sir David King apparso nel 2004 nella prestigiosa rivista Nature. I risultati: i ricercatori italiani sono effettivamente tra i più produttivi del mondo.

    Non ci credete? Verificate voi stessi. Consiglio il link:
    http://www.buconero.eu/2008/11/il-prof-ugo-amaldi-sulla-ricerca-italiana/

    Anche in questo caso questo “l’errore” di metodo da parte del Perotti ha dell’incredibile. Per un professore di economia con il suo curriculum, che insegna alla Bocconi appare semplicemente impossibile.

    Vediamo ora la quarta tesi di Perotti.

    Non è vero che il sistema italiano è egualitario perché gratuito.

    Per argomentare la sua tesi mostra il confronto tra il rapporto tra il numero di laureati per fasce di reddito in Italia e negli USA. Solo che anche qui fa una cosa strana Si limita a mostrare il rapporto tra la percentuale della popolazione che ha accesso ad un titolo di studio universitario confrontando il quintile più ricco e quello più povero delle rispettive popolazioni nei due paesi. Mettendo cosi i dati trae la conclusione che il sistema americano è più “egalitario del nostro.
    Ma è un confronto sensato? Chi conosce come funziona la scuola italiana e quella americana, sa che il contesto è completamente diverso. Quel quintile più povero che da noi mostra di ottenere mediamente meno lauree in realtà non supera nemmeno la scuola superiore. Perché il Perotti non mostra l’intera distribuzione ma solo il rapporto tra questi due quintili e solo per gli USA? Perché non fa alcun accenno alle differenze fondamentali tra i due sistemi scolastici? Perché non fa menzione del fatto che in Italia una laurea è assai meno importante che negli stati uniti al fine di ottenere successo economico nella propria vita?

    Credo che risulti evidente per ogni persona onesta che ben tre dei quattro falsi miti di Perotti sono nel migliore dei casi delle “grosse forzature”.

    Credo si possa invece dimostrare fuori di ogni ragionevole dubbio che:
    • È vero che l’università e la ricerca in Italia sono cronicamente sotto finanziate.
    • È vero che nonostante questo i ricercatori italiani ottengono ottimi risultati in termini di produttività scientifica.
    Inoltre è anche probabilmente vero che il sistema Italiano proprio perché pubblico è più egalitario rispetto a un sistema privato.

    Per quanto riguarda l’altro “falso mito” di Perotti credo sia fondamentale inquadrare le cose nel giusto contesto.
    È vero che in Italia ci sono moltissimi concorsi truccati, ed vero che in alcuni dipartimenti esistono baroni che spadroneggiano e che fanno assumere i loro rampolli.
    Ma il clientelismo e il nepotismo presente in parte del’università Italiana è una minuscola frazione rispetto a quello che esiste in tutto il resto della pubblica amministrazione.
    I “professori corrotti” sono in proporzione molti meno rispetto ai funzionari pubblici.
    Penso possiamo dimostrare che l’università italiana è di gran lunga più pulita del contesto che la circonda e la grande maggioranza dei suoi docenti sono dei galantuomini.

    È vero che molti concorsi sono “tagliati su misura”. Ma per la maggior parte dei casi si tratta di concorsi destinati a stabilizzare ricercatori di indubbio valore che hanno alle spalle almeno una decina d’anni di precariato svolto con stipendi ridicoli. Si tratta persone che stanno spesso seguendo già da anni una linea di ricerca il cui alto valore è riconosciuto a livello internazionale. Bisogna non dimenticare che la ricerca moderna richiede livelli di specializzazione notevolissimi. Per arrivare a questi livelli è necessario impegnarsi per molti anni dopo la laurea.
    La maggior parte dei concorsi che sono tagliati su misura, lo sono, non perché ci siano baroni disonesti, ma perché procedere in questo modo è una precisa necessità dovuta essenzialmente al fatto che il sistema è pesantemente sotto-finanziato. Semplicemente si è costretti dalla legge a bandire dei concorsi per effettuare quelle che a tutti gli effetti sono delle stabilizzazioni utili e necessarie.
    Consideriamo un esempio. Supponiamo ci sia un’azienda che opera su un settore di alta tecnologia e che richiede quindi professionalità specifiche di alto livello. Supponiamo che in questa azienda lavorino da dieci anni, ma con contratto da precario, persone che nel tempo hanno acquisito, grazie ad un grande impegno, un know-how notevolissimo. Ritenete che, qualora si presenti la possibilità di effettuare delle assunzioni a tempo determinato per quelle specifiche professionalità, i responsabili dell’azienda possano davvero pensare di bandire un concorso pubblico?
    Davvero si devono fare concorsi pubblici non tagliati su misura correndo il rischio concreto che il candidato interno, che già lavora sul quel settore e su quella ricerca da dieci anni, possa essere mandato via di punto in bianco? Pensate davvero che un’altra persona sia in grado subito di acquisire tutte le competenze specifiche? Quanti anni di lavoro e di investimenti andrebbero buttati via così facendo? E la persona che ha lavorato per tanto tempo e che si trova senza lavoro cosa dovrebbe fare? Provare concorsi altrove? E se anche vincesse in altra regione potrebbe permettersi di punto in bianco di andare a vivere in altra città? Parliamo di persone di 35-45 anni, spesso con famiglia e muto a carico. Sapete quale è lo stipendio di ingresso di un ricercatore universitario: 1200 euro al mese per i primi tre anni. Chi può permettersi in Italia di fare una cosa del genere? Chi può chiedere alla propria moglie o al proprio marito di rinunciare al rispettivo lavoro che nella maggior parte dei casi è molto meglio pagato? In quanti si potrebbero davvero permettere di fare una cosa del genere e quanti invece dovrebbero rinunciare a fare ricerca, per ripiegare in un altro lavoro?
    Chi lavora dentro il sistema universitario italiano in discipline quali fisica, matematica, ingegneria, biologia, e molte altre, sa benissimo come stanno le cose. Buona parte dei precari della ricerca sono obbligati dalle circostanze a cambiare lavoro e andare a fare altre cose ( tipicamente l’insegnante di scuola media o superiore), non perché non siano persone di alto valore, ma per il fatto che a causa di vincoli famigliari e affettivi non possono permettersi di lasciare tutto e andare all’estero.
    Questo accade esattamente per il fatto che in Italia la ricerca e l’università sono cronicamente sotto finanziate. Dovendo operare in una situazione di questo tipo moltissimi docenti, che sono galantuomini di indubbio valore etico e morale, sono costretti dalle circostanze a chiedere concorsi tagliati su misura. Sono anche costretti molte volte a chiedere che in vari concorsi sia data la precedenza ad un candidato considerevolmente più anziano a scapito di uno più giovane ma più brillante, e sono costretti a chiedere a quest’ultimo di aspettare. Fanno questo non per baronismo o clientelismi vari, ma per consentire ad una persona di oggettivo valore di continuare a dare il suo prezioso contributo alla collettività. Per consentire a questa persona di non vedere sprecati tanti anni di sacrificio e di studio, che spesso sono gli anni migliori della propria esistenza.

    Se si fa la somma di tutti i precari e di tutti coloro che sono già strutturati in Italia, il numero che ne risulta è ancora ben inferiore al numero di ricercatori che lavorano in paesi quali la Francia, il Regno Unito, la Germania per non parlare, fatte le debite proporzioni, del resto dell’Europa occidentale, degli USA, del Giappone.
    In Italia ci sono tanti precari per il semplice fatto che c’è molto lavoro da fare. Il mercato della ricerca richiede questo lavoro. In un paese moderno e industrializzato c’è bisogno di queste persone e di questi numeri. Ci sono tanti precari perché la nostra università per cercare di stare al passo con i tempi ha un bisogno disperato di fare al suo interno una ricerca che possa confrontarsi con il resto del mondo. Solo facendo una ricerca di buon livello i docenti possono acquisire un know-how effettivo ed aggiornato. Solo a queste condizioni essi possono poi formare i medici e gli ingegneri di cui abbiamo bisogno. Per miopia cronica della politica e dei privati il settore università e ricerca è pesantemente sotto-finanziato. Dovendo operare in queste condizioni il sistema è costretto a ricorrere a contratti atipici poiché costano molto meno di un contratto regolare.

    Non esiste statistica serie che non confermi in maniera indubitabile questa realtà dei fatti.

    Il sistema della ricerca italiano produce benessere e ricchezza. La ricchezza materiale prodotta per la collettività è molto superiore alle spese sostenute. Il problema è che il prodotto non è direttamente subito vendibile sul mercato e i frutti si vedono spesso dopo molti anni. Ma se si effettua un’analisi attenta di quello che è stato il contributo di scienziati e ricercatori che si sono laureati in Italia si scopre che molti di essi hanno avuto un ruolo fondamentale nelle moderne tecnologie. La ricerca paga è un ottimo investimento.

    Abbiamo visto che molti concorsi sono pilotati per necessità. È oggettivamente una stortura del sistema che si debba ricorrere a questi espedienti. È proprio a causa dell’esistenza di questo problema reale che si sono determinate in molti dipartimenti le condizioni che hanno consentito, a persone meno oneste degli altri, di approfittare della situazione per promuovere non gente di valore con tanti anni di precariato alle spalle, ma per favorire “amici e parenti”.
    Ci sono varie soluzioni a questo problema. Ma tutte richiedono in primo luogo maggiori risorse per finanziare in maniera adeguata il prezioso lavoro dei precari di valore e per dare loro delle prospettive accettabili per il futuro. Solo se ci saranno queste risorse, si potrà curare il sistema ed eliminare quell’humus, quella situazione distorta, che ha consentito al marcio di proliferare.

    I precari, i ricercatori e i docenti dell’università e degli enti di ricerca Italiani sono nella grande maggioranza persone di alto valore e d’indubbia onestà, sono persone che lavorano moltissimo e che hanno dedicato allo studio i loro migliori anni, con il sogno di poter dare un contributo al progresso e al benessere collettivo.

    Commento apparso sul sito ilbuconero.eu

  21. insorgere ha detto:

    il problema era l’irresponsabilità dei commissari: della serie se ha vinto il ciuccio figlio di papà non è perché l’ho scelto io, ma perché ha vinto il concorso, ha fatto il temino migliore e la commissione lo ha approvato.

    dal mio personale punto di vista, hai ragione quando dici che vanno cambiati i principi che governano il sistema. sappiamo bene che non c’è nessun vero incentivo a prendere i migliori e che non si paga dazio a prendere dei ciucci….

    se ci fossero premi e punizio e chiamata diretta sarebbe diverso. io personalmente sono favorevolissimo al rae britannico.
    va bene come risposta?

  22. insorgere ha detto:

    @ kary
    nel mio settore ci sono 159 ordinari, più o meno altrettanti associati, e un centinaio di ricercatori.
    è un settore abbastanza grosso e questo favorirà il funzionamento del dl 180. mi rendo conto che in altri settori più piccoli le cose sono diverse. il punto però sarebbe di aggregare alcun settori.

  23. insorgere ha detto:

    @ cattivo maestro
    il dl 180 causa un rimescolamento e nel mio settore non saranno più i soliti 20/30 baroni a decidere tutto….anzi loro potrebbero proprio non arrivare in commissione.
    è già un cambiamento, anche se certo non è l’optimum

  24. cattivo.maestro ha detto:

    insorgere
    apprezzo le tue risposte anche se condividiamo il giudizio sulla bontà del sorteggio.

    Secondo me il sorteggio porta un arretramento in tema di responsabilità dei commissari.
    Oggi un ordinario si candida per un candidato (altrimenti che si candida a fare…). Poi risponde alla comunità scientifica riguardo al candidato che porta. Intanto in quanto a credibilità e serieta. E’ poco? Sono d’accordo, ma è il massimo che possiamo garantire con le attuali norme.
    Domani con il sorteggio lo stesso ordinario può camuffare il suo giudizio: “sono stato sorteggiato là” “sono andato in minoranza” “non ero d’accordo, ma che potevo fare…”). In questo modo sfuma anche quel minimo di controllo che la comunità scientifica può effettuare.

    Non mi sembra un passo avanti.

    Un grande passo avanti è, sono d’accordo con te, l’abolizione delle prove scritte e dell’interrogazione (come a scuola…).

    Solo che con il tempo, dopo aver visto la l.moratti (mai applicata), la riforma mussi (inappilicabile) sono diventato insofferente alle norme che rinviano a qualcos’altro che non c’è o arriverà e intanto, nell’attesa… come si fa?
    Ma questo l’ho già detto.

  25. cattivo.maestro ha detto:

    volevo scrivere che non condividiamo il giudizio sulla bontà del sorteggio…

  26. Bombadillo ha detto:

    ..veramente, perfino ora vi è la possibilità di opinioni dissenzienti: ma te lo vedi un associato, o un ricercatore, che formula l’opinione dissenziente rispetto a quella dell’ordinario.

    E’ per questo che il primo punto di Sankara mi pare incomprensibile.

    Dove sarebbe la contraddizione di Giavazzi (che, per intenderci, fino a qualche giorno fa, neppure sapevo chi fosse)?
    …nel fatto che si vuole togliere i potere agli ordinari componedo le commissioni di soli ordinari?
    Ma davvero non vi rendete conto che la contraddizione è tutta nel quesito, che è mal posto?

    Il potere che si vuole eliminare, infatti, non è quello collegiale di una categoria (gli ordinari tutti assieme collegialmente), ma quello individuale del singoli ordinari membri interni di commissione.

    Il potere, però, può essere contrastato da un altro potere di forza corrispondente.

    Quindi, mettere questi signori l’uno contro l’altro in commissione, è l’unico modo per limitare il potere del singolo ordinario membro interno.

    Come, poi, gli scambi di favori e di voti possano aumentare con un sistema che, per come attualmente è delinato, è praticamente una sorta di sorteggio puro, per me risulta altrettanto misterioso.
    Praticamente, basta che uno si voti da solo per essere nella mega rosa; anzi, in alcuni casi non vi è bisogno neppure di quello, perchè i commissari da sorteggiare sono di più degli esistenti.

    Ma quasi dimenticavo che qui alcuni ritengono che anche il sorteggio puro sia controproducente per i “candidati esterni”.

    In compenso, vi assicuro che come stanno realmente le cose lo hanno compreso perfettamente, fino in fondo, in modo unanime, ed istantaneo, senza alcun bisogno di queste discussioni per me incredibili, tanto i commissari interni, quanto i “candidati interni”, dei concorsi, che non mi risulta stiano facendo esattamente i salti di gioia.

    Mi rimane poi una curiosità.
    Ma la R.N.R.P. ha una sua linea?… oppure la linea è andiamo contro Giavazzi, o contro qualsiasi consa faccia la Gelmini? (a me, non importa di entrambi)

    Scrivo questo perchè giusto ieri ARIO PRECARIO – di cui Sankara è un successore – ha giustamente rivendicato, in m.l., di aver firmato la Petizione, e di averla pure fatta firmare ad altri della R.N.R.P.: petizione con la quale abbiamo richiesto, appunto, che la commissione fosse composta da tre ordinari, e che i membri esterni fossero sorteggiati.
    Ed ora invece, solo perchè lo ha fatto la Gelmini non va più bene?
    Oppure, il punto è che Sankara ha idee radicalmente opposte, sul punto, a quelle di Ario precario?

    Ma una casa che è divisa in se stessa non può reggersi!

    Sankara, visto che sei un anonimo: ma tu, a suo tempo, hai firmato la petizione?

  27. Angelic ha detto:

    Ma che c… vi cimentate a commentare Giavazzi?
    Ma non vi rendete conto che questo governo e questa confindustria vogliono solo degli schiavi (possibilmente giovani, prestanti ed in salute) al loro servizio?

  28. Ivahna ha detto:

    Ciao, mi chiamo Ivahna, è da un po’ che vi leggo…
    Ma davvero credete che cambierà qualcosa con il sorteggio?
    Siete proprio dei bamboccioni…

  29. Sankara ha detto:

    Vorrei rassicurare alcuni commentandi/e.

    In questo caso mettevo in dubbio la tenuta logica delle affermazioni del professore. Non mi proponevo ne’ di esprimermi a favore ne’ contro le sue proposte, semplicemente ne valutavo la coerenza e la corrispondenza con dati di fatto.

    Mi pare il presupposto di ogni discussione franca (se Giavazzi ne vuole una).

    @bombadillo
    Sia chiaro i post di singoli o le loro firme pubbliche o private non riflettono la “Posizione dell’RNRP”. Solo Nora lo fa… 🙂

  30. insorgere ha detto:

    @ sankara

    il punto è qual’è – sempre che ci sia – la posizione della rnrp???

    francamente temo non ci sia una posizione, ma che ce ne siano 100, 1000, 10000 o addirittura più del numero dei precari (giacchè non escludo che nella confusione generale qualcuno abbia più opinioni e in contrasto tra loro…)

    il punto, e uno dei motivi profondi per cui è nata l’apri, è che non è nemmeno pensabile contrapporsi a questo escutivo forte (ma a nessuno a dirla tutta) senza una posizione chiara chi sia al contempo concreta e propositiva.
    il “sempre e comunque contro chiunque” è da evitare come la peste, così come sono da evitare le disquisizioni finissime che non producono nessuna decisione.

    dici che volevi solo contestare la logica di giavazzi, ma ti chiedo a che cavolo serve discutere astrattamente della logica (o non logica) di giavazzi? Il punto è cosa proponi, qui e ora…cosa suggeriresti (e cosa suggerirbbe la rnrp) alle commissioni parlamentari che stanno operando in questi giorni per definire le norme con le quali molti di noi sopravviveranno o soccomberanno?

  31. Einfach ha detto:

    A me non è chiara una cosa:
    un criterio di valutazione basato sui titoli deve avere un valore tendente all’oggettivo, se no di che merito stiamo parlando?
    Secondo voi cosa succede se io partecipo a 10 concorsi, e i miei titoli (oggettivi), le mie monografie e i miei articoli (oggettivi) fossero valutati in modo totalmente differente?
    Vi assicuro che io mi sono trovato ad avere i titoli valutati dalle commissioni in maniera totalmente diversa a seconda dei concorsi. Per intenderci: grandi giudizi quando il candidato prescelto era abbastanza forte, e scandalosi giudizi quando si doveva portare avanti dei candidati con un paio di articoli e qualche recensione. E sappiamo benissimo che una commissione può trovare limiti anche in lavori rigorosissimi, usando criteri come divulgazione/erudizione o quanto la fantasia malata dei baroni possa inventarsi.
    E ho paura che potremmo trovarci ora nella stessa situazione.
    E purtroppo non ho soluzioni da proporre, anche se non mi spiacerebbe una graduatoria nazionale, aggiornata ciclicamente, da cui possano pescare i dipartimenti che chiedono un ricercatore. E forse in quel caso, non essendoci un candidato specifico da spingere, la commissione potrebbe dare dei giudizi più equilibrati.

  32. carbonaro ha detto:

    scusate, voi che sapete tutto:
    in termini di proporzione matematica, fare un ricercatore o un passaggio ad ordinario costa la stessa cifra (0,50)? quanti decimi di budget si liberano per la morte di un ordinario (sempre 0,50 o una unità intera)? scusate è una questione personale, ma sono sicuro che molti potrebbero trovarsi nella mia situazione…

  33. precario ha detto:

    @Sankara ma sei un precario? Perché dal tuo post e dalla tua risposta non si direbbe: non sembra che tu abbia tutta quest’urgenza di concorrere per un posto all’università, nè che sia tanto arrabbiato come noialtri. Forse mi sbaglio ma questa è l’impressione che se ne riceve..

  34. Chidomandanonèpazzo ha detto:

    @precario

    scusa la domanda, non vuole essere un’offesa… ma sei un socio Apri?

    No, perché da come poni le domande (modo che sembrerebbe sottointende il ragionamento “chi non la pensa come noi è un imbecille o, peggio, un impostore”) si direbbe di sì…. Ma se mi sto sbagliando, scusami.

    Ti ringrazio in anticipo per la risposta.

  35. France ha detto:

    Cartellino giallo

  36. aresa ha detto:

    Il sistema televisivo e giornalistico (corriere & C.) propongono in prevalenza, le ricette di 3 persone : Giavazzi, Perotti e Celli.

    Giavazzi e Perotti professori Bocconi – Università al 193° posto su 200 nel ranking università europea e tra il 401°-500° posto nel ranking internazionale 2007 e 2008
    e poi Pireluigi Celli della LUISS – Università che non rientra in NESSUN rankin internazionale.

    Sicocme questi sono i “pensatori” ai quali si rivolgono i media, i politici , quindi, l’opinione pubblica, è utile contestarne la validità.

  37. France ha detto:

    Perche’ invece noi siamo tutti a oxford, cambridge, harvard, yale e berkeley…

  38. l'ammonito ha detto:

    @ cartellino giallo,

    stavo pensando che se l’Apri avesse messo come sua ragione costitutiva la II parte della Petizione, quella condivisa proprio da tutti (anche da Colombo!), lasciando alla coscienza e all’intelligenza di ognuno l’approvazione della soluzione contenuta nella I parte (una via per, non certamente la via per), forse si sarebbe potuto risparmiare tanto inchiostro e tanto veleno; e forse oggi l’associazione sarebbe molto più forte e credibile… ma tant’è.

    E, invece, siamo al “Non esiste altra ragione all’infuori di Apri, e France è il suo profeta”: peccato che debba finire così!

  39. ares ha detto:

    cosa c’entra?

  40. l'ammonito ha detto:

    “c’entra” con Precario, Chidomanda e France…

  41. l'ammonito ha detto:

    oltre che Colombo, of course…

  42. France ha detto:

    (ormai il disclaimer ironia non lo uso piu’, ho perso la speranza…).
    Solo profeta mi sembra riduttivo ed offensivo. Mega-Presidente Syderale mi suona meglio.
    Se APRI avesse messo solo la seconda parte della petizione (che significativamente nel Manifesto e’ diventata la prima, vedi te che giochetti strani ti fa il Ghiavule)
    1) Avrebbe fatto torto a quei bischeri che l’hanno firmata in massa
    2) Avrebbe fatto torto ai ricercatori precari che nell’attesa che venga quel giorno in cui ci sara’ valutazione, responsabilita’ e chiamata diretta avrebbero continuato a partecipare a selezioni fasulle dove vincono i figli, le amanti e gli schiavi, in larga parte…

  43. l'ammonito ha detto:

    Non si tratta di togliere nulla, semplicemente di riconoscere la portata “culturale” della II parte (ma ora I), distinguendola da quella “strumentale” della I parte (ma ora II).

    Sulla I (ex II) si deve essere tutti d’accordo, ovviamente; sulla II (ex I) sarebbero dovute essere ammissibili anche valutazioni personali, eventualmente che si distinguono da quella ufficiale.

    Certo, se a voi non piacciono coloro che ardiscono pensarla diversamente, e non ammettete chi difende valutazioni eterodosse rispetto all’Apri (anche se finalizzate al raggiungimento del medesimo traguardo!), beh, c’è poco da fare.

    Questa rigidità (sempre che non mi sbagli), però, non giova a nessuno.

  44. Bombadillo ha detto:

    Caro, prima il posto da ordinario pesava 3 da ricercatore, ora pesa 2,2.

    Detto questo, anche se si tratta di un passaggio di carriera (ma cosa vogliono dire, implicitamente, che è già deciso che vincerà un associato della stessa Facoltà? …scandalo!.. quindi sanno già il vincitore?) i soldi devono essere messi per intero.

    Inoltre, siccome la commissione sarà sorteggiata, e non eletta, i tuoi si troveranno, che ne so, i milanesi o i napoletani, o i marziani, in commissione, e non, per forza, faccio per dire, i bolognesi, o qualche altro loro amico, dunque può darsi che, per quanto meritevole, non vinca l’associato della Facoltà, ma un altro ancora più meritevole, ed allora i soldi, che sin dall’inizio avranno dovuto mettere per intero (2,2), dopo dovranno anche spendere per intero!

    Ma prima di farlo – cioè di effettivamente assumere l’ordinario – dovranno fare 12 ricercatori: faglielo notare!

    Questi ragionano ancora con le vecchie regole: fagli notare che sono cambiate!

    Per S.: grazie per i chiarimento, ma rimangono valide le osservazioni di insorgere, sulle quali ti rinvio al mio ultimo intervento sulla m.l.

    Per I: ovviamente il sorteggio, se fosse da solo, non risolverebbe nulla, come non risolverebbe nulla la valutazione die soli titoli, se fosse da sola: non speriamo che l’unione di tutte le modifiche introdotte, tra di loro evidentememente sinergiche, portino ad un concorso meritocratico.

    Ma capisco, noi siamo solo bamboccioni, e non siamo maturi come te, che pure non trovi argomento migliore dell’insulto.

  45. […] nostro professore-editorialista-ministroombra preferito, Francesco Giavazzi, non più di un mese fa affermava con la sua solita ed estrema sicurezza che gli associati (e quindi anche i ricercatori) erano ben […]

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